Ci siamo liberati per sempre dell'apericena a buffet milanese?

Tra linee guida ancora poco chiare e la possibilità di fare asporto, ecco che cosa succederà all'happy hour

E’ iniziata lunedì 4 maggio la cosiddetta Fase 2, tra primi (e incerti) passi di riapertura e di ritorno ad una nuova normalità. Tante le incertezze del momento, dal timore di un nuovo picco di diffusione del virus alle polemiche sul numero dei tamponi, ancora insufficiente per delineare un quadro realistico della situazione. Confuse, e spesso non ancora delineate, anche le modalità di ripresa di alcuni settori, come quello della ristorazione: sì, perché tra la riapertura di alcune attività produttive - come cartolerie e negozi di fiori - e l’allentamento delle regole del lockdown, con la possibilità, per esempio, di fare sport all’aperto o di vedere i congiunti, è facile domandarsi che fine faranno le cene nei ristoranti e, prima ancora, gli aperitivi.

L’ora felice a prezzi scontati

Difficile, per un milanese, immaginare una serata senza l’happy hour, il rito sociale e conviviale più diffuso al mondo. Basti pensare alle sue origini: “happy hour” non è altro che “ora felice”, un’espressione già usata nella Marina Militare Inglese per indicare l’ora di boxe - e quindi di svago - dei marinai. Un’occasione per staccare la mente dagli impegni e dalle preoccupazioni, proprio come avviene davanti a un cocktail. Questa espressione venne utilizzata per indicare una trovata pubblicitaria molto diffusa nel mondo anglosassone. Era la metà del ‘900, erano i bar in cerca di clienti dopo il lavoro: quale modo migliore dell’offrire cocktail e bevande alcoliche ad un prezzo scontato? Ed ecco la leva promozionale: l’ora felice durava solo 60 minuti, dalle 17 alle 18 o dalle 18 alle 19. Una strategia di marketing che ottenne grande successo e fu presto adottata in tutto il Regno Unito.

E l’aperitivo? In molti concordano sulla tradizione milanese: è proprio a Milano, infatti, che i fratelli Ramazzotti inventarono il loro celebre amaro. Sempre qui, la famiglia Martini realizzò i suoi primi drink a base di vermouth. Senza dimenticare Gaspare Campari, che nel 1860 fondò il Gruppo Campari, destinato a diventare uno dei colossi mondiali nel settore delle bevande alcoliche e analcoliche.

Se esistono sottili differenze tra l’happy hour e l’aperitivo (il secondo non prevede sconti sui cocktail, ma include stuzzichini spesso serviti gratuitamente), nel corso del tempo i due termini si sono sovrapposti: che sia con uno stuzzichino o senza, dopo il lavoro si esce a bere.

I primi passi dell’aperitivo: l’asporto

E’ proprio sul futuro dell’aperitivo che si interrogano i gestori dei locali: con le nuove regole di distanziamento sociale a causa dell’emergenza Covid-19, sicuramente non vedremo i buffet per molto tempo. Con o senza plexiglass, nel futuro prossimo cambierà il nostro modo di “bere qualcosa” dopo il lavoro. Un primo passo è stato compiuto con il delivery, che ha permesso a molti pub di non chiudere durante la Fase 1, seguito dal servizio d’asporto, disponibile da questa settimana: “Abbiamo iniziato a fare asporto da mercoledì 6 maggio, dopo aver sanificato il locale” racconta Jacopo, giovane proprietario di Sutto Wine, piccola vineria di quartiere in zona Navigli. “Ovviamente seguiamo tutte le precauzioni del caso: facciamo entrare un cliente alla volta, usiamo mascherine e guanti”.

Come funziona l’asporto per l’aperitivo? “I clienti entrano e scelgono il vino, abbiamo una selezione in frigo già pronta per l’uso. In cambio offriamo un aperitivo da portare a casa con Ossocollo friulano (coppa di maiale delicatamente affumicata, ndr), grissini artigianali e formaggio Montasio”. Perché la tradizione dell’aperitivo non si perde, ma si sposta a casa. Più incerta, invece, una previsione dopo l’apertura del locale, ancora incerta tra il 18 maggio e il 1° giugno: “Parlo con tanti gestori di locali, abbiamo molte domande ancora senza risposta: mancano delle linee guida chiare. Sicuramente questa situazione di emergenza porterà ad una nuova concezione della ristorazione, più intima, più contenuta, anche solo per le norme di distanziamento tra i tavoli. Tutti noi dovremo riuscire a far sentire a casa le persone, trattarle più come ospiti che come clienti. Per quanto mi riguarda, andremo avanti con l’asporto anche dopo l’apertura fisica del locale”.

L’aperitivo a buffet è morto?

Dello stesso avviso Silvia, Responsabile delle Biciclette, bistrot dietro Corso Genova nato da un vecchio negozio di bici, molto conosciuto nel quartiere. Ha chiuso i battenti a inizio marzo e riaperto giovedì 7 maggio, offrendo sia il servizio d’asporto che di delivery su piatti in lista tra cui focacce, hamburger, bowls e ovviamente drink, portati a casa con ghiaccio a parte. Perché il desiderio di fare un primo passo verso la nuova normalità è tangibile, e l’apertura a nuove modalità di vendita diventa sopravvivenza.

Molte, ancora, le domande sul futuro che potrebbero tradursi in nuove spese, tra cui l’obbligo dei divisori in plexiglass (non ancora sicuro) e le pedane per posizionare i gel disinfettanti, ma una risposta sembra esserci: “L’aperitivo a buffet in questo momento è morto” racconta Silvia “ma non è detto necessariamente che sia un male. E’ chiaro che, almeno nel futuro prossimo, ritorneremo al vecchio concetto di happy hour, con un piatto di stuzzichini che verrà servito al tavolo insieme al drink. Credo che in alcuni casi l’aperitivo a buffet rischiasse di ammazzare la ristorazione, diventando un’alternativa alla cena, ma non sempre con standard di qualità. Diverso il discorso per il brunch: in quel caso il buffet era un’occasione allegra di aggregazione, più ordinata rispetto all’aperitivo. Per molti mesi, purtroppo, non sarà più così, anche se le comunicazioni per noi ristoratori sono ancora confuse”.

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Una prima parvenza di normalità, quella disegnata dalla Fase 2, che sta già portando con sé un cambiamento profondo nella ristorazione e nella modalità dei cittadini di vivere alcuni momenti, prima ancora che sociali, semplicemente di svago. Un cambiamento nei modelli di business che è stato imposto, ma quando è in atto una pandemia ci si adatta, e i più tenaci cercano nuove risorse: Jacopo ha deciso che Sutto Wine rimarrà aperto anche durante il giorno, puntando maggiormente sul discorso della vineria, mentre Silvia regalerà in questi giorni un drink ai clienti del quartiere più affezionati: “Sono sempre venuti da noi, ora è il momento di andare da loro”.

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