"Io resto a casa", ma c'è chi una casa non ce l'ha: essere invisibili ai tempi del Coronavirus

Viaggio tra i clochard ai tempi del Coronavirus: "Io a casa ci vorrei restare". Il reportage

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Cesar ha 43 anni, è arrivato in Italia dal Cile quando aveva 5 anni, addosso ha un jeans, una felpa e delle scarpe pulite. A mezzogiorno di mercoledì è seduto in via Vittor Pisani, davanti alla filiale di una banca, in una delle zone più note della Milano della finanza e del lavoro. Accanto a lui ci sono una bottiglia di Coca Cola e un bicchiere, miseramente vuoto, per le monetine.

Maria di anni ne ha 50, l'accento romeno tradisce le sue origini. Lei è su un gradino davanti a "La mela reintegrata" di Pistoletto fuori dalla stazione centrale e ha un piede fuori dalla scarpa perché, dice, ha un'infezione. Un paio di mesi fa è tornata in Romania per assistere la mamma malata e al suo ritorno ha perso il lavoro da badante, così è finita a dormire nel mezzanino della stazione Centrale, che di notte si trasforma in una sorta di accampamento. 

Ivano è un po' più in là con l'età, la carta d'identità dice 64 primavere, ma anche lui - dopo 40 anni passati a guidare un camion - è lì, su un muretto poco distante, con il suo carico di valigie piene e di bicchieri vuoti. Gilberto e un suo amico, un uomo dagli occhi verdi e la barba ormai bianca, sono invece seduti dall'altro lato della stazione. Sono sdraiati forse un po' per provare a dormire e un po' per riscaldarsi al sole stranamente caldo di marzo. 

"Io resto a casa", ma c'è chi una casa non ce l'ha

Cesar, Maria, Gilberto, il suo amico e tutti gli altri che sono a pochi passi da loro - e nel resto della città - lì in realtà non potrebbero e non dovrebbero starci. La parola d'ordine di oggi è "Io resto a casa", che è il nome con cui è stato ribattezzato il decreto del governo emanato per fermare l'emergenza Coronavirus, che soltanto in Lombardia ha fatto registrare migliaia di contagi e di morti

Ma a Milano c'è chi una casa non ce l'ha, come Cesar e tutti gli altri, che vivono la loro vita da clochard con estrema dignità e coraggio. Oggi, però, la loro esistenza - già segnata da storie personali difficili - è messa ancora più a dura prova da un'epidemia che ha fermato, o almeno rallentato, anche la solidarietà, trasformando loro ancora di più in "invisibili".  Ed esponendoli anche a rischi legali perché è capitato - raccontano dalla Ronda della carità, adesso chiusa - che un senzatetto è stato fermato dalla polizia e multato proprio perché era in strada. 

Foto © Mannu - MilanoToday

clochard senzatetto dorme strada-2

"Io ci starei volentieri a casa"

"Io ci starei volentieri a casa", dice subito Cesar, che ha vinto la sua battaglia con l'alcol e spera presto di riprendere in mano la sua vita, a partire da quel figlio che non vede da dicembre scorso. "Ma una casa - riflette - io ormai non ce l'ho". Da più di due anni, infatti, è in strada e negli ultimi mesi ha iniziato a dormire in una struttura in zona che dà ospitalità ai senzatetto: "Però posso entrare alle 20.30 e uscire alle 8.30, quindi sto 12 ore dentro e 12 ore fuori. Come faccio a non uscire?", sussurra. 

Lì dove dorme "mi hanno dato una boccettina di gel per le mani e niente più, né una mascherina, né guanti, né nessuno ci ha fatto un controllo medico". E l'emergenza Coronavirus ha bloccato anche il lavoro di tante associazioni e di tante mense che offrivano piatti caldi per i clochard, mentre adesso - racconta Cesar - "possono darci soltanto un sacchetto con un panino che poi mangiamo in strada". 

Niente più medici e volontari 

La minor presenza di quei volontari che ogni giorno si occupano degli "invisibili" si sente eccome. "Due volte a settimana veniva un camper con dei medici che ora non vengono più e il lunedì e il giovedì venivano a portarci da mangiare, ma ora non possono per evitare che si formino assembramenti", dice l'amico di Gilberto, che fino a luglio scorso lavorava come saldatore, prima di perdere tutto. 

Anche loro due - che ora fanno fatica a cambiarsi perché i "magazzini" con gli abiti sono chiusi - dormono nel mezzanino della Centrale, ma entro "le sei di mattina dobbiamo uscire e quindi inevitabilmente siamo in strada fino alle 20 che torniamo lì e ceniamo". Per il pranzo, invece, la situazione è diversa: restano il panino da ritirare "al sacco" in una delle mense ancora aperte o "la colletta, ma ora che in giro non c'è nessuno non riusciamo a raccogliere nulla", ammette l'ex saldatore. 

Sì, perché per i clochard la beffa è doppia: sotto un tetto non ci possono stare e se gli altri - giustamente - restano a casa, loro perdono anche quei pochi spiccioli di solidarietà. 

"Pasti sospesi"

Anche in Duomo, altro luogo storicamente "caldo" per i senzatetto, la situazione è la stessa: tra clochard seduti coi loro cani e piattini e bicchieri tristemente vuoti. "Fino a ieri raccimolavo qualcosa, una decina di euro al giorno -  racconta un uomo sulla 60ina mentre richiama la sua cagnolina Laika -. Ieri ho fatto 30 centesimi, fate voi i conti".

In piazza San Carlo, accanto ai cartoni e alle coperte lasciati lì per la notte, ci sono i cartelli affissi da un'associazione per spiegare che al momento i "pasti sono sospesi". La vita degli "invisibili", invece, va avanti. 

Foto @ Mannu - MilanoToday

clochard senzatetto tenda croce rossa-2

In fila per un panino 

Che la loro vita va avanti lo raccontano le istantanee scattate fuori dalla mensa di piazza Tricolore, gestita da Opera San Francesco. Alle 13 di giovedì ci sono trenta persone, forse di più, che passano la loro tessera nel tornello, entrano ed escono pochi secondi dopo con un sacchetto di plastica azzurra in mano. 

Dentro ci sono un panino, una scatoletta di tonno e una bottiglietta d'acqua: non un piatto caldo, ma meglio di nulla. Poi, i clochard - alcuni con la mascherina chirurgica sul volto - si allontanano con quello stesso sacchetto in mano o mangiano lì, seduti sul marciapiede. 

In fila per un letto

Di gente in fila ce n'è anche in via Sammartini, davanti allo "sportello" di progetto Arca. Ci sono più o meno dieci persone, che vengono fatte entrare una alla volta per parlare con un operatore e un assistente sociale. Per loro il problema non è il cibo, o meglio non solo: quello che chiedono è un letto. Ma il sistema è vicino al collasso e - racconta la guardia che gestisce gli ingressi - gli unici posti rimasti sono quelli nel mezzanino della metro, dove però le presenze sono già alte. 

Così, alcuni degli "invisibili" passeranno la notte in un corridoio, mentre altri continueranno a trascorrere le loro ore in strada. 

"Ivan il bulgaro, Marco..."

Ed è in strada che una o due volte a settimana, a seconda della zona, li raggiungono i volontari della Croce Rossa, tra i pochi - insieme a progetto Arca - che stanno riuscendo ad andare avanti con i loro servizi anche in piena emergenza sanitaria.

Venerdì il lavoro dei ragazzi con felpe e giubbotti rossi inizia alle 20.50 nel cortile garage della sede di via Pucci, a due passi da corso Sempione. Davide - il coordinatore, un ragazzo che parla cinque lingue e ha un cuore grande - dà le direttive agli otto colleghi che andranno in giro per il centro e per la zona Est della città: li divide su quattro mezzi, controlla mentre caricano i furgoni con il cibo e alla fine fa una sorta di appello dei clochard. 

Davide li chiama tutti per nome: "Ivan il bulgaro, Marco", e così via. Per lui e per i suoi ragazzi quelli non sono invisibili: sono donne e uomini, ormai quasi amici, che vanno aiutati e ascoltati, adesso ancora di più. E i volontari della Croce rossa questo lo sanno bene, tanto che - dice il coordinatore con un pizzico di orgoglio - "ci sono molti che non stanno lavorando e stanno facendo addirittura i doppi turni da volontari". 

Gli invisibili sotto i portici del centro

La prima tappa di Anita e Matteo, i due operatori a bordo della 1006, è in piazzetta Umberto Giordano. Appena scendono dal camioncino consegnano subito tre sacchetti con dentro carne, un dolce e un succo di frutta. In più ci sono anche le chiacchiere di Carnevale, perché un panificio doveva buttarle e così le ha donate alla Croce Rossa. 

"Uno di loro non l'avevamo mai visto", riflette ad alta voce Matteo. Ed è probabile che sia uno di quei senzatetto messo ancora più a dura prova dall'emergenza, che gli ha fatto perdere anche quei pochi riferimenti che aveva nella vita. 

Poco distante, sotto i portici, davanti a una banca, ci sono altre tre persone da "servire". Una di loro è proprio "Ivan il bulgaro": un omone gigante - è disteso su una brandina ma la mole fisica si vede tutta -, con gli occhi chiari, un sorriso sincero e una barba bianca bellissima. "Un po' Babbo Natale e un po' Karl Marx" e lui ride di gusto, divertito. 

"Ora passano solo due volte a settimana"

Ivan ha voglia di chiacchierare, di ascoltare e di parlare. Risponde ai volontari che gli chiedono come stia - Anita e Matteo lo fanno con tutti - e poi spiega che da tre anni dorme sotto quel portico, che se stasera piove rischia di bagnarsi e che adesso fa ancora più fatica di prima. Lui non ama mangiare nelle mense e così si affida all'elemosina, "ma ora è dura, è dura", ripete, senza che il sorriso sparisca dal suo volto. 

Lo stop forzato al lavoro dei volontari ha reso ancora più difficile la sua vita. "Ogni sera c'era qualcuno, adesso soltanto il giovedì e il venerdì", dice mentre chiede ad Anita un'altra scatoletta di carne, che probabilmente terrà per i prossimi giorni. 

Foto © Guarino - MilanoToday

clochard senzatetto croce rossa-2

La socialità che manca 

E al cibo non rinuncia davvero nessuno. Neanche una signora che apre la sua tenda da campeggio per prendere il sacchetto o un uomo che dalla sua casa di cartoni lascia uscire soltanto una mano per afferrare la busta. 

L'emergenza non finirà presto, di sicuro. I prossimi giorni si annunciano ancora più difficili, solitari. Perché il problema non è solo l'assenza delle docce, la chiusura delle mense, la mancanza di abiti puliti, il cibo che scarseggia, è anche la socialità che manca. 

"Per loro anche un'ora in mensa a parlare con gli altri è importante, anche una persona che passa e scambia due parole è fondamentale", riflette uno dei volontari.

Non c'è più nessuno

E Miai, un ragazzo di 29 anni che trascorrerà la notte di venerdì in una Galleria spettrale, deserta, lo sta provando sulla sua pelle. "Di giorno faccio l'elemosina in San Babila - dice, quasi con un filo di vergogna -. Conosco tutti quelli che lavorano lì. Prima riuscivo a fare 15 euro almeno per mangiare e fumare, adesso nulla. Per fortuna - spiega - che c'è una signora che abita in quel palazzo che ogni giorno mi lascia 5 euro e mi saluta. Ma ormai non vedo più nessuno".

"Non c'è più nessuno", ribadisce. Quattro parole che racchiudono tutto il dramma di Miai. Il suo e di tutti gli altri "invisibili" come lui. 

Foto © Mannu - MilanoToday

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