Le cose da salvare: dove vedere qualche luce in tanto buio

Editoriale - La città e le abitudini dei suoi abitanti sono cambiate profondamente a causa dell'emergenza sanitaria in corso. In alcuni casi con conseguenze inaspettatamente positive

Panorama di Milano, foto Andrea Cherchi

Sono passate due settimane da quando il manager 38enne di Codogno, paziente 1 del contagio, è stato ricoverato in gravi condizioni. Da allora il coronavirus si è insinuato nelle abitudini di tutti noi, modificandole profondamente, nei nostri dialoghi, in cui è inesorabilmente presente, e nelle nostre emozioni, che ne subiscono l'influenza oscillando schizofrenicamente tra la paura più incontrollabile e la sottovalutazione irrazionale del problema.

Non vediamo l'ora di dimenticare questa emergenza, che per dimensioni e gravità non ha precedenti nella vita della maggior parte di noi. Quando tutto sarà finito - e quel momento speriamo venga il più presto possibile - ci lasceremo alle spalle i bollettini dei contagi e dei decessi, le tute bianche che sembrano uscite da un film distopico, la paura di uscire, utilizzare i mezzi pubblici, condurre una vita sociale o semplicemente stringersi la mano. Ci sforzeremo di dimenticare il terrore di poter contagiare chi è più fragile di noi, di vivere nell'isolamento - come chi è costretto a fare da ormai moltissimi giorni trovandosi nella zona rossa - e di essere bollati come untori venendo respinti ai confini di molti paesi.

Qualcosa però di questa terribile situazione vorremo salvarlo. Il Covid 19 si è imposto nella vita dell'intero Paese - ormai sono coinvolte tutte e 20 le Regioni - costringendolo a rallentare e in alcuni casi a fermarsi. A Milano dove i ritmi sono sempre febbrili il cambiamento è stato mastodontico. Si è cercato di negarlo al grido di 'milanononsiferma', anche per mettere a freno le gravissime conseguenze economico-finanziarie. Ma lo stile di vita dei milanesi è mutato radicalmente. E se è vero quello che dicevano i latini sul fatto che non ci sia male che contenga almeno un po' di bene - Malum quidem nullum esse sine aliquo bono - forse dovremmo approfittare di questa situazione di criticità per riflettere su cosa ha da insegnare questo nuovo virus, soprattutto a noi milanesi.

Molti dipendenti sono stati incoraggiati e in alcuni casi costretti a lavorare da casa in modalità smart working. E questo ha portato ad annullare i tempi di spostamento, passare le giornate con i figli (a casa per via della chiusura delle scuole prevista fino ad almeno metà marzo) e per alcuni ad annoiarsi profondamente. Sicuramente per tutti è aumentato quello che gli inglesi e gli americani chiamano 'quality time', ovvero il tempo che si riesce a dedicare alle persone di cui ci importa, fidanzate e fidanzati, mogli e mariti, figli e amici stretti. Un tempo che vorremmo avere a disposizione anche quando il coronavirus sarà solo un pallido ricordo. E che di fatto potremmo avere se il lavoro da casa iniziasse finalmente ad essere considerato da tutte le aziende come una soluzione non emergenziale.

Della noia poi sono stati vittime sia gli adulti che i bambini. Un vero salto nel vuoto per i milanesi abituati a riempire tutta la giornata di attività. Ma anche il non avere programmi ha dei lati positivi e soprattutto per i più piccoli è fondamentale per imparare a stare con se stessi e sviluppare la propria creatività. Nell'Antica Roma, del resto, l'otium (contrapposto al negotium) era considerato il momento per la contemplazione e lo studio. Momento che troppo spesso è del tutto assente nella vita delle città moderne.

Il traffico - problema fondamentale di Palermo secondo il film Johnny Stecchino - ma anche come tutti sappiamo di Milano, è calato notevolmente negli ultimi giorni. Tanto che Arpa ha evidenziato una migliore qualità dell'aria, con concentrazioni di polveri sottili rientrate finalmente nei limiti di legge e basse quantità di smog. Una situazione auspicabile anche post coronavirus, nonché realizzabile ripensando le modalità di lavoro per non costringere i cittadini a muoversi avanti e indietro dalle periferie al centro ogni giorno e più o meno agli stessi orari. 

Ad essere chiuse sono state anche associazioni sportive e palestre, circostanza che ha portato molti cittadini a praticare attività fisica all'aria aperta frequentando la Martesana, i Navigli e i parchi. Zone verdi che vorremmo sempre più frequentate (quando non ci sarà più bisogno di mantenere le distanze), numerose ed estese (molto affascinante a questo proposito la proposta di Legambiente) perché la qualità della vita dei milanesi possa essere migliore anche nel momento in cui l'emergenza sarà rientrata.

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