Da Milano a Roma con una croce di 40 chili in spalla: "L'espiazione per la mia vita dissoluta"

L'uomo risiede nel Milanese, a Rozzano: è Gennaro Asperia

L'uomo

Domenica mattina di sole caldo qui a Calendasco (Piacenza). Nel paese c'è aria di festa perché il locale Gruppo Alpini ha l'annuale cerimonia affollata e con tanto di banda al seguito. Passato da poco il mezzogiorno si scorge una croce molto grande, intrecciata con due grandi travi, poggiata accanto al muretto dell'unico negozio-edicola del borgo. Dal balcone di casa scorgo questacosa e in ciabatte con la mia reflex al collo mi precipito per immortalare questo pellegrino della Via Francigena suigeneris. E' un uomo robusto, sulla quarantina, moro e dal volto duro, vissuto; su tutto il corpo decine di tatuaggi, ed alcuni più d'uno incisi direttamente sul volto.

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Lo avvicino senza tentennare, lo chiamo «Ciao Pellegrino» per iniziare un dialogo e lui, pronto, si lascia avvicinare e - da me curioso per natura - si lascia pure travolgere da una sfilza di domande cui risponde. Si chiama Gennaro Asperia, partito dal Milanese (Rozzano), ha passato il fiume Po qui a Calendasco, presso il Guado di Sigerico ed ora si accinge a terminare la giornata volendo arrivare a Piacenza. La croce che porta sulle sue possenti spalle pesa oltre 40 chili ed a questo s'aggiunge uno zaino con le sue cose da viaggio. La croce ha ai lati due corde a mo’ di frusta (quella che flagellò il Cristo) e sotto al cartiglio della grande croce una corona di spine. Il cartiglio non recita il classico "Inri" ma invece a grandi lettere c'è inciso "Area 51 per sempre". E' il nome della sua "famiglia" e della sua officina rozzanese

Mi racconta che più o meno crede di svolgere questo percorso francigeno in circa due mesi, ma non si affannerà più di tanto, in quanto la sua filosofia di viaggio non ha tempi prestabiliti, non ha paura di pioggia, notti all'addiaccio o digiuni, insomma le difficoltà sono le ultimissime preoccupazioni della sua vita. In effetti mi racconta dei suoi travagli, della sua vita da rimettere in carreggiata, per questo è partito dal milanese dove risiede, in questo pellegrinaggio di espiazione: mi dice così di brutto, che lui è un Barabba. Lo guardo negli occhi fisso, durante la nostra chiacchierata, e si vede che è un uomo che ha una forza buona, che l'aspetto che quei tatuaggi gli danno di uomo duro, ormai sono insignificanti, lo sento a pelle che è sincero, e gli auguro veramente di finire questo suo viaggio alla grande e di potersi infine ritrovare bene e meglio di oggi. Qui a Calendasco ormai da qualche anno siamo abituati al passaggio discreto dei pellegrini della Francigena, che passano lenti, quasi inosservati, ma con Gennaro è diverso, vedere un uomo che si trascina addosso questo simbolo della cristianità, è davvero insolito.

E quello che è interessante, per chi come me ha la cortesia di avvicinarlo, salutarlo e incoraggiarlo, è che ci si accorge che non è un atto di folclore, proprio no: sotto a quella pelle già scurita dal sole e coperta di questi tatuaggi c'è un uomo, un Barabba per davvero come dice lui, che vuole rinnovarsi e per lui questa è la strada. Buon viaggio allora e grazie di avermi dato il modo di meditare sulle mie croci, di avermene fatto memoria, buon cammino Gennaro.

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