"Aborto dopo le manganellate al Corvetto": ora è indagata per calunnia

La donna denunciò a novembre scorso di essere stata picchiata durante lo sgombero di due centri sociali e di aver perso il bimbo. La realtà, però, sembra diversa

La donna nel giorno degli scontri (Frame da video Repubblica)

L'aborto era vero. La perdita del bambino portato in grembo anche. Le manganellate subite, a quanto pare, no. Una trentasettenne di origini romene è stata indagata dalla procura di Milano con l'ipotesi di reato di "calunnia". Avrebbe messo in piedi, infatti, una vera e propria finzione, elaborata "a tavolino", con tanto di ricerca di testimoni a suo favore.  

Nei guai potrebbe finire la donna che, ad ottobre scorso, durante gli scontri per lo sgombero dei centri "Corvaccio squat" e "Rosa nera", aveva denunciato di essere stata manganellata dagli agenti nonostante fosse incinta di sei mesi

La donna, sua sorella e una sua amica, secondo quanto racconta il "Corriere della Sera", venerdì sono state perquisite proprio nell'ambito delle indagini per l'inchiesta aperta dalla procura. 

Ad avvalorare la tesi di chi indaga ci sono degli elementi medici, ma non solo, che appaiono inconfutabili. L'autopsia sul feto, chiarisce il "Corsera", ha evidenziato come l'aborto abbia avuto cause interne, non estranee ai problemi che già in passato avevano costretto la donna - madre di altri figli - ad interrompere diverse gravidanze. 

Sembra cadere, inoltre, anche l'ipotesi che la presunta manganellata possa essere stata una concausa della perdita del feto. Due consulenze di un anatomopatologo e di un ginecologo hanno infatti escluso che il corpo della donna recasse segni di un’aggressione del tipo da lei descritto. 

Ma le presunte prove contro la donna, che occupava abusivamente un appartamento in zona Corvetto, quella interessata dagli scontri di Novembre, non finiscono qua. Perché, sempre dalle fonti di prova indicate nel decreto di perquisizione, si apprende che grazie ad alcune intercettazioni gli inquirenti sono riusciti a scoprire come la trentasettenne avesse cercato di convincere numerose persone a trasformarsi in testimoni a suo favore. 

Il legale della donna, però, non ci sta. E passa al contrattacco: "E' più facile prendersela con i più deboli piuttosto che con i più forti e la Procura, a mio avviso, non ha fatto indagini a sufficienza, mentre la polizia ha fornito pochissimi filmati e non tutti quelli che aveva a disposizione".

"La famiglia ed io in qualità di legale - ha spiegato l'avvocato Danilo La Monca, secondo quanto riporta l'Ansa - siamo sconcertati e indignati per l'esito delle indagini. Dai pm - ha aggiunto - ci aspettavamo che andassero avanti a far le indagini per identificare l'autore del presunto reato e, invece, non è stato così, anche perché probabilmente non c'è stata collaborazione tra la Procura e le forze dell'ordine". 

La donna, ha concluso il legale, "aveva un livido per la manganellata subita, manganellata che aveva rotto anche il telefono cellulare che teneva in tasca". 

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