Medici dimenticano ago nel corpo dopo intervento: donna risarcita dopo 56 anni

La sentenza della Cassazione ha stabilito un risarcimento pari a 200mila euro. La vicenda

Per quasi mezzo secolo ha sofferto di fitte addominali e problemi di salute senza mai riuscire a capirne il motivo. Solo dopo anni, nel 2000, una lastra ha rivelato la causa di tutti quei disturbi: un frammento di ago "dimenticato" nel suo corpo dai medici durante un'operazione avvenuta cinquantasei anni prima, nel 1962. Disattenzione questa di cui nessuno si era mai preso la responsabilità di avvisarla.

Ora per la donna milanese, che oggi ha 78 anni, la Cassazione ha stabilito un risarcimento di 200mila euro. L'incredibile vicenda è stata raccontata sulle colonne de Il Corriere della Sera che ha ripercorso le tappe di questa vicenda di malasanità, dall'operazione fino alle vicende processuali approdate appunto in Cassazione.

L'operazione e l'ago "dimenticato"

All'epoca dell'intervento, la signora aveva 22 anni. Si era sottoposta, come emerge dalle carte processuali preparate dall'avvocato Giovanni Reho, a una operazione di fistola retto-vaginale all'Istituto Ospedaliero Provinciale di Maternità di Milano poi negli anni diventato il presidio Macenio Melloni oggi parte della Asst Fatebenefratelli. Durante la sutura qualcosa però è andato storto e un frammento metalicco dell'ago utilizzato dal personale sanitario cinquantasei anni fa è rimasto nel corpo della donna che non è stata informata dell'accaduto e ha sofferto per anni, inspiegabilmente, di disturbi di salute.

Solo nel 2000, un esame effettuato per casualità, ha rivelato la presenza dell'ago nel corpo. Ed è iniziata la battaglia legale della donna che inizialmente, in primo grado, ha incontrato le difficoltà della prescrizione per gli anni, ormai troppi, trascorsi dall'intervento, e per il rimpallo di responsabilità tra enti che si erano ormai trasformati. 

La battaglia legale e il risarcimento

Nella cartella clinica, ritirata dalla signora nel 2004, in realtà l'errore era stato annotato rilevando come l'equipe sanitaria abbia disperso un frammento metallico senza riuscire più a recuperarlo "se non a prezzo di un’ulteriore grave lesione dei tessuti necessari alla ricostruzione" rinunciando dunque "alla sua estrazione". Dopo il processo di primo grado del 2009, nella sentenza della Corte d'appello la tesi è stata ribaltata. Ora la Terza sezione civile della Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d’Appello e il risarcimento di 36.810 euro inizialmente riconosciuto è arrivato a 200mila euro dopo la rivalutazione a ritroso.

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