Affari vicino a Malpensa, dinamite e politici: così la 'Ndrangheta si è (ri)presa la Lombardia

Trentaquattro arresti dei carabinieri, che hanno azzerato la locale di Legnano-Lonate

Uno Stato con le sue regole. O meglio un "anti Stato", per dirlo con le parole del magistrato che ha coordinato l'indagine. Un "anti Stato" con proprie leggi - secondo il dettame "chi sbaglia, paga" - e con i propri interessi, capaci di arrivare ovunque, dalla politica alle istituzioni passando per l'imprenditoria e per i palazzi di giustizia. Sì perché la forza della 'Ndrangheta, anche di quella lontana dalla Calabria, è proprio la capacità di penetrare le città e le menti degli abitanti che quelle città le vivono, di cercare e creare consenso attorno a sé. 

Ed è quello che aveva fatto la "locale" di Legnano-Lonate Pozzolo, diretta emanazione settentrionale della temibile cosca di Cirò Marina che porta il nome dei Farao Marincola. Anzi, che aveva rifatto, dopo le condanne per i suoi capi, adesso finiti tutti di nuovo in manette. 

A fermarli, nell'ambito dell'inchiesta Krimisa - sono stati i carabinieri, che giovedì mattina hanno arrestato trentaquattro persone - ventisette in cella e sette ai domiciliari - con le accuse a vario titolo di associazione di tipo mafioso, danneggiamento seguito da incendio, estorsione, violenza privata, lesioni personali aggravate, minaccia, detenzione e porto abusivo di armi, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti - tutti aggravati poiché commessi avvalendosi del metodo mafioso ed al fine di agevolare le attività dell’associazione mafiosa -, truffa aggravata ai danni dello Stato ed intestazione fittizia di beni, accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico.

La "rinascita" della locale

Le date spartiacque della rinascita della "locale" sono tre. Si parte il 14 ottobre 2015, quando le porte del carcere si aprono per Emanuele De Castro, cinquanta anni e un'appartenenza alla 'Ndrangheta certificata da vecchie inchieste. Il 17 agosto 2016 tocca a Mario Filippelli - 46enne crotonese - uscire dal carcere, mentre qualche mese dopo, il 24 febbraio 2017, a riassaporare la libertà è Vincenzo Rispoli, 56enne di Cirò Marina. 

La svolta arriva in quel momento: i tre si siedono attorno ad un tavolo, letteralmente, e decidono di ridare forza e slancio alle opere della cosca. A dare il via libera dalla Calabria, il placet, è Giuseppe Spagnolo, quel "Peppe u banditu" che le carte descrivono come "elemento di spicco della cosca Farao Marincola" poi finito in manette a gennaio del 2018 nell'operazione Stige della Dda di Catanzaro.

La pace nel clan

Il compito di "Peppe", portato a termine, è doppio: siglare la pace tra Filippelli e De Castro - che rischiano di dare vita a una scissione - e allontanare dal paese e dalla cosca i Cilidonio, ex complici di una vita che hanno incendiato un'auto senza chiedere il permesso e "spediti" a Vanzaghello.

Gli appuntamenti tra i quattro sanciscono l'effettiva nuova vita della locale di Legnano-Lonate Pozzolo, decapitata in passato dalle inchieste Bad Boys e Infinito che, l'amara riflessione del procuratore Alessandra Dolci, "aveva riguardato gli stessi personaggi e le stesse realtà". 

Le mani su Malpensa

Lo spessore criminale di "quei personaggi" lo restituiscono i documenti agli atti dell'inchiesta. Rispoli viene descritto come "il vertice dell'associazione criminale", mentre subito sotto di lui ci sono Filippelli, che svolge "funzioni operative nelle azioni intimidatorie ed estorsive da compiere" e De Castro, che si occupa "del reimpiego dei profitti illeciti attraverso la sistematica acquisizione di terreni da destinare alle attività di parcheggio connesse all'area aeroportuale di Malpensa". 

E in effetti la 'Ndrangheta le mani su Malpensa le mette eccome. La cosca, nel periodo delle indagini, riesce a inserire nei propri beni - tutti chiaramente intestati a incensurati e prestanomi - il "Parking Volo Malpensa" di Cardano al Campo, il "Malpensa Car Parking" di Ferno, e lo "Star Parkings srls" di Somma Lombardo“. Quello delle autorimesse è un business a cui gli 'ndranghetisti del Nord sembrano tenere tanto ed è qui che commettono un piccolo passo falso. 

L'imprenditore che non si piega

Quando scoprono che un imprenditore sta per acquistare un terreno da trasformare in un parcheggio, gli uomini della "locale" lo avvicinano, lo minacciano, gli fanno capire che non è il caso di fare quell'affare, se non in loro compagnia. 

Ma l'imprenditore - "e forse è la prima volta in dieci anni", riflette la Dolci - non ci sta. Va in procura, poi dai carabinieri, registra tutte le telefonate con i criminali e alla fine esulta con investigatori e inquirenti: "Io non mi piego, vado avanti". 

In molti affari, però, ad arrivare avanti erano Rispoli e i suoi uomini, che potevano contare - stando all'inchiesta - sull'appoggio di una "talpa" alla procura di Busto, ma soprattutto sull'aiuto della politica. 

Il politico autista del boss

Il nome forte tra i politici è quello di Enzo Misiano: quarantuno anni, consigliere comunale di Ferno, responsabile Fratelli d'Italia a Ferno e Lonate e - così recita la richiesta di custodia cautelare - "trait d'union tra l'ambiente politico locale ed esponenti di spicco della cosca mafiosa". 

È la stessa richiesta di custodia cautelare a raccontare un episodio che cristallizza la posizione di Misiano: il 16 maggio 2017 e il 1 dicembre 2017 Giuseppe Spagnolo viene a Legnano per incontrare i vertici della "locale" che si sta ricostruendo e a guidare la sua auto, a fargli da autista, è proprio il consigliere comunale

Quello, però, non sarebbe l'unico piacere che la politica avrebbe fatto alla cosca. Sarebbe stato un altro politico - Peppino Falvo, coordinatore regionale dei cristiano-popolari e per ora indagato per voto di scambio - a spostare trecento voti della 'Ndrangheta verso Danilo Rivolta, l'ex sindaco di Lonate già arrestato nel 2017. Come contropartita per quel "piacere", la locale di Legnano aveva chiesto - e ottenuto - la nomina ad assessore alla cultura della nipote del boss Alfonso Murano, ucciso nel 2006. 

Quella nomina era realmente arrivata, mentre la donna non era mai arrivata - e forse non era un caso - a una giornata della legalità organizzata dalla sua stessa amministrazione. 

Estorsioni, botte e minacce

Tra i rapporti con le istituzioni, con i politici, c'è anche un altro episodio che descrive benissimo la forza della "locale", a cui un consigliere di Ferno si rivolge per "liberarsi" - con successo - di due estorsori che chiedono soldi a lui e al fratello, entrambi imprenditori. Ma non solo "rapporti", però. 

Perché anche a Legnano e Lonate la 'Ndrangheta non ha mai nascosto il suo volto più duro, tanto che durante le perquisizioni di giovedì i carabinieri hanno sequestrato armi e sette candelotti di dinamite già pronti. "Le dinamiche sono le stesse dei territori calabresi", il riassunto del pm Alessandra Cerreti. Anche perché - le fa eco la collega Cecilia Vassena - "la fama criminale viene accresciuta con continue azioni violente ed è riconosciuta dai cittadini". 

Non mancano, infatti, pestaggi e rappresaglie di sangue: come quando un giovane marocchino insulta - senza saperlo - la fidanzata di uno dei "rampolli" della cosca e viene massacrato di botte o come quando uno dei capi della "locale" si vanta con gli altri di aver pestato un uomo la cui unica colpa era averlo chiamato scherzosamente "marescià" subito dopo l'uscita dal carcere o come quando - ancora - due bariste vengono picchiate fuori dal loro locale. 

"In ogni paese c'è una 'Ndrangheta"

Ma non tutti i pestaggi erano "giusti". Intercettato, uno dei vertici sgrida gli altri per aver picchiato un anziano in piazza perché questo può screditarli agli occhi del paese. Un paese in cui quasi nessuno tra le vittime ha avuto il coraggio di denunciare gli 'ndranghetisti, neanche quando costringevano alcuni esercenti a comprare il loro caffè, a prezzi assolutamente fuori mercato. 

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Forse perché - così parlava uno degli uomini di fiducia di Filippelli - "ogni Paese ha una sua 'Ndrangheta". 

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