Far west fuori dal bar: duello tra rivali a colpi di pistola e 12 proiettili tra la folla, due arresti

Fermati i due uomini che lo scorso 11 settembre si erano sfidati a colpi di pistola. Chi sono

I due arrestati

Prima aveva cercato di ammazzarlo con un coltello. Poi, dopo meno di quaranta minuti, era tornato sul luogo della prima aggressione e gli aveva sparato contro dodici colpi di pistola. Quindi, era fuggito ed aveva evitato - soltanto per caso - gli spari del rivale, che non si era fatto nessun problema ad aprire il fuoco per rispondere. Il tutto tra la folla radunata fuori da un bar in quella che - mette nero su bianco il giudice per le indagini preliminari - è stata una "strage evitata per mera fortuna". 

È stato ricostruito dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, guidati dal comandante Michele Miulli, il puzzle della sparatoria che lo scorso 11 settembre mattina aveva terrorizzato tutta la Comasina. Quel giorno, poco prima delle 11, due persone si erano sfidate a colpi di pistola fuori dal bar Tabacché di piazza Gasparri e i proiettili avevano centrato due macchine e uno scooter parcheggiati.

Video | La sparatoria in piazza Gasparri

Gli stessi militari, martedì mattina, hanno fermato i contendenti. In manette, con le accuse di tentato omicidio, detenzione e porto illegale di armi, sono finiti Peter Mangani di quarantatré anni e Claudio Privitera di trentacinque. 

L'agguato a coltellate e poi gli spari

La folle mattinata era iniziata alle 10.20: Mangnani si era nascosto dietro le auto in piazza, aveva atteso l'arrivo del rivale - puntualmente giunto in bici - e lo aveva aggredito accoltellandolo, ma ferendolo soltanto di striscio al fianco, prima di scappare. 

Esattamente trentasette minuti dopo era avvenuto il secondo agguato: il 43enne era tornato a bordo di uno scooter, si era diretto verso il bar e - con le braccia tese e la pistola ad altezza uomo - aveva sparato dodici colpi di un'arma semiautomatica calibro 7.65 contro la sua vittima designata. Privitera, stando agli accertamenti dei carabinieri, non era però rimasto a guardare e aveva a sua volta cercato di ammazzare l'aggressore, sparando contro di lui con una pistola a tamburo, che ha trattenuto i bossoli, effettivamente non trovati in strada dai militari. 

"È un informatore dei carabinieri"

Le indagini dei militari erano iniziate praticamente subito, nonostante quella che lo stesso Miulli ha definito senza troppi giri di parole una "particolare reticenza per timore di ritorsioni". Tra testimonianze "monche" e testimoni "sbadati", però, i carabinieri sono comunque riusciti a riconoscere i due, entrambi già noti nel quartiere per il loro lunghissimo curriculum criminale. 

La svolta è arrivata quando Privitera - in quel momento ai domiciliari - ha consegnato agli investigatori un referto medico con una prognosi di cinque giorni per una ferita al fianco. Quel colpo, aveva spiegato lui stesso, se l'era procurato cadendo su un ombrello, ma in realtà era proprio la ferita dovuta alla coltellata che gli aveva inferto Mangani. 

Un Mangani che nel suo passato ha una condanna a 3 anni e 8 mesi nel processo Infinito sulla 'ndrangheta al Nord Italia - lì era stato condannato anche il boss Cosimo Barranca, suo cugino - e che viene descritto dal pm Roberto Fontana come un "soggetto irascibile, uso alla violenza e con un equilibrio psicologico che, quanto meno, induce qualche perplessità".

Il 43enne - almeno questo è quello che ha raccontato lui stesso - era infatti convinto che Privitera fosse un informatore delle forze dell'ordine. E fosse ne era certo a tal punto di cercare di ammazzarlo in una piazza piena di gente. 
 

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