Bruciate 53 auto nei parcheggi dell'aeroporto di Orio: arrestati imprenditore e i suoi "sicari"

In manette sono finite 5 persone: uno ero il capo, un altro l'intermediario e tre gli operativi

Alcune delle auto bruciate

Uno era il capo dell'organizzazione, con evidenti interessi economici. Un altro era l'intermediario, l'uomo che univa Napoli con Milano e Bergamo. Gli altri, invece, erano il braccio armato, quelli che al momento giusto lasciavano casa propria, raggiungevano l'obiettivo, colpivano e sparivano. 

Cinque persone - un italiano residente nel Napoletano, un italiano residente a Bergamo ma anche lui di origini partenopee e tre cittadini ucraini domiciliati nel Milanese - sono stati raggiunti da un'ordinanza di custodia cautelare con le accuse, a vario titolo, di incendio doloso e detenzione e porto illegale di bombe molotov. 

I cinque, infatti, sono ritenuti responsabili dei due incendi avvenuti lo scorso giugno all'Azzurro Park e al Blu Parking di Grassobbio, due parcheggi nei pressi dell'aeroporto di Orio al Serio usati proprio dai viaggiatori in partenza dallo scalo bergamasco. Il primo blitz era avvenuto il 14 giugno "all'Azzurro" e due auto erano andate distrutte nel rogo. Ben più grave, invece, il conto dell'attentato al "Blu": cinquantuno macchine bruciate e importanti danni alla struttura. 

Dietro quelle fiamme, hanno accertato gli investigatori di Bergamo, c'erano proprio i cinque uomini, strutturati e organizzati ognuno con il proprio compito.

Al vertice della piramide - stando a quanto ricostruito dai carabinieri - c'era L. G., un trentaseienne ex dipendente dell'Azzurro Parking e amministratore di un'altra società che gestisce aree di parcheggio a Seriate e nella stessa Grassobbio. Sarebbe stato proprio lui, infatti, a ordinare gli incendi per spaventare gli imprenditori rivali e fare in modo che rispettassero i prezzi stabiliti e, evidentemente, a lui favorevoli. 

Il "capo" per le fasi operative si sarebbe affidato ai tre ucraini "milanesi", che il 14 e il 16 giugno sarebbero partiti dalla provincia meneghina e avrebbero raggiunto la Bergamasca soltanto per portare a termine il loro lavoro, pagato con 750 euro in contanti. A mettere in contatto i tre con il "boss", secondo quanto ricostruito dai militari, sarebbe stato suo cugino - un 27enne incensurato - grazie ad alcune sue conoscenze tra gli ucraini in provincia di Napoli. 

Per i tre "sicari" e per l'imprenditore - che era ai domiciliari e deve rispondere anche dell'accusa di evasione - si sono aperte le porte del carcere. Per "l'intermediario", invece, è stato disposto l'obbligo di dimora nel suo comune. 

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