Processo per pedofilia: condannato l'imputato, ma era morto e nessuno se ne accorge

La sorpresa poco prima dell'appello ordito dal suo avvocato: la parte civile va in anagrafe per cercare di rintracciare l'uomo e viene consegnato il certificato di morte

Condannato per pedofila quando era già morto, e nessuno se n'era reso conto. E' successo sull'asse Milano-Roma. La vicenda, alquanto grottesca, viene raccontata da Andreis sul Corriere. L'inizio della vicenda è, purtroppo, un copione già visto. Lui, manager romano di 57 anni, nel 2010 adesca online lei, 13enne milanese, presentandosi sotto falso nome e soprattutto falsa età: dice infatti d'avere vent'anni. Lei, ingannata e innamorata, acconsente agli scambi "hot" via webcam (lui, chiaramente, è attento a non mostrare il suo volto, ché si capirebbe la menzogna).

Per qualche mese la storia virtuale procede. Poi la ragazza crolla di fronte alla madre e partono le indagini. Che portano al processo. Un processo che dura ben otto anni, fino alla condanna in primo grado a sette anni di carcere (più un risarcimento da 30 mila euro) comminata nel mese di marzo del 2018.

L'imputato per tutto questo tempo resta sostanzialmente irreperibile e lo è anche dopo la sentenza di condanna. Il suo avvocato d'ufficio presenta il ricorso in appello e, in attesa della fissazione della data della prima udienza, la legale di parte civile che assiste la ragazza e la sua famiglia ha uno scrupolo, così si reca all'ufficio anagrafe del Comune di Roma per provare a rintracciare l'imputato. 

La sorpresa è grande: all'anagrafe hanno un certificato di morte. L'uomo infatti è deceduto nel 2017. E nessuno se n'era accorto. 

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