11 condanne fino a 11 anni per le Nuove Br: "Ma non sono terroristi"

Alfredo Davanzo, il "presunto" ideologo, è stato condannato a 10 anni e 10 mesi. Uno degli imputati è stato assolto. Urla di sostegno ai condannati dal pubblico

Concluso il processo d'appello a Milano per le Nuove Br

La Corte d'Assise d'Appello di Milano ha emesso 11 condanne fino a 11 anni e mezzo di reclusione per altrettanti imputati nel processo alle cosiddette Nuove Br del partito Comunista politico-militare. I giudici hanno però escluso la finalità terroristica dell'associazione. Gli imputati sono stati infatti condannati per associazione sovversiva semplice e non per associazione sovversiva con finalità di terrorismo.

Claudio Latino, ritenuto il leader della cellula milanese, è stato condannato a 11 anni e mezzo di carcere rispetto ai 14 anni e un mese chiesti dall'accusa. Condannato ad 11 anni Davide Bortolato, considerato il capo del nucleo padovano, rispetto sempre ai 14 anni e un mese chiesti dal sostituto pg. Dieci anni la condanna per Vincenzo Sisi, ritenuto il leader della cellula torinese, e 9 anni per Alfredo Davanzo. Otto anni per Bruno Ghirardi, 7 anni per Massimiliano Toschi, 5 anni e 3 mesi per Massimiliano Gaeta.

Ridotte anche le condanne per Amarilli Caprio, Alfredo Massamauro e Davide Rotondi: per loro 2 anni e 2 mesi. Due anni e 4 mesi per Andrea Scantamburlo. Assolto Salvatore Scivoli che era accusato di concorso esterno. Il risarcimento a favore della Presidenza del Consiglio, parte civile, è stato ridotto da un milione di euro a 400 mila euro. Gaeta, assistito dall'avvocato Sandro Clementi, con la riduzione della condanna è stato scarcerato per estinzione della custodia cautelare già sofferta.

"L'unica giustizia è quella proletaria, il vero terrorismo è quello dello Stato". Sono le parole urlate dalle gabbie da alcuni degli imputati. Anche dallo spazio riservato al pubblico, dove erano presenti amici e parenti degli imputati, si sono alzate grida di sostegno ai presunti appartenenti alle Nuove Br.

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In mattinata, il giurista Piero Ichino aveva affermato di sentirsi ancora "in pericolo" poichè, nonostante l'offerta di rifiutarsi di presentarsi come parte civile, gli era stato rifiutato il "diritto di non essere aggredito". 

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