Morte di Andy Rocchelli, l'interrogatorio di Markiv: poche domande sul giorno della tragedia

Udienza centrale del processo all'italo-ucraino accusato di avere ucciso il fotoreporter insieme al dissidente russo Mironov che gli faceva da interprete

L'aula durante l'udienza - Foto Nataliya Kudryk / Radio Svoboda

«Ho aspettato due anni questo momento».

Così ha risposto Vitaliy Markiv, ora 30enne, alla giudice di Pavia che gli aveva chiesto se sarebbe riuscito a proseguire l'interrogatorio dopo molte ore di domande, in una delle udienze principali del processo che lo vede imputato per la morte del fotoreporter italiano Andrea Rocchelli e del dissidente russo Andrej Mironov (che gli faceva da interprete) a Sloviansk, nella regione ucraina di Donetsk, il 24 maggio 2014. Oltre alla famiglia Rocchelli, si sono costituiti parte civile il collettivo fotografico di Andy, CesuraLab, la Federazione Nazionale della Stampa e l'Associazione Lombarda Giornalisti (foto Nataliya Kudryk / Radio Svoboda).

Markiv, italo-ucraino, venne arrestato a luglio 2017 a Bologna, dov'era atterrato per recarsi a visitare la madre (che vive nelle Marche), ad opera dei carabinieri del Ros di Milano, su un'inchiesta della procura pavese.L'accusa formulata dal pm Andrea Zanoncelli assume che Markiv, all'epoca identificato come un "miliziano" mentre è stato appurato che fosse membro effettivo della Guardia Nazionale, avesse sparato volontariamente colpi di mortaio contro il gruppo di fotoreporter.

Durante l'interrogatorio, il pm ha indugiato molto su filmati e fotografie risalenti a periodi successivi alla morte di Rocchelli e Mironov, chiedendo più volte all'imputato di associare i volti a un gruppo di una decina di persone; Markiv ha però rifiutato di identificare i volti quando si trattava di uomini ancora in servizio nell'esercito ucraino. 

La posizione di Markiv sulla collina

Il pm ha anche chiesto a Markiv, sempre sulla base di filmati e fotogrammi, di indicare quale fosse la sua posizione sulla collina di Karachun, l'unico luogo controllato all'epoca dagli ucraini nei pressi di Sloviansk nell'ambito del conflitto con i cosiddetti separatisti filorussi, che l'Ucraina considera terroristi. L'imputato ha spiegato che dalla sua posizione, molto distante dal luogo (alla base della collina) in cui Rocchelli e Mironov vennero bersagliati, non avrebbe potuto riconoscere nessuno, perché dotato unicamente di un AK74 (un'arma a corta gittata) senza strumenti d'ingrandimento.

A questo proposito, Della Valle nel controesame ha chiesto a Markiv la ragione per cui, in una foto, egli imbracciava un fucile dotato apparentemente di un visore notturno. Markiv ha quindi spiegato che si trattava solo di un cannocchiale inadatto a quel fucile perché, montato, la visione sarebbe stata ostruita da un altro elemento del fucile stesso. E che quindi il cannocchiale era stato montato sull'AK74 solo per scattare la fotografia.

La bandiera nazista: «Trofeo di guerra»

L'avvocato di parte civile della famiglia di Rocchelli, Alessandra Ballerini, ha indugiato in particolare su una fotografia (trovata nel telefonino di Markiv) che ritrae alcuni militari ucraini in una stanza con, appese, la bandiera del proprio Paese e una bandiera con al centro una svastica. Markiv ha risposto che quella foto gli era stata inviata e che la bandiera con la svastica era un "trofeo" sequestrato ai nemici, esposta in una base dell'esercito ucraino per festeggiare il sequestro. Un'altra fotografia, che ritrae un uomo in condizioni da post-sbornia, è stata mostrata per chiedere a Markiv se si trattasse di una persona "da lui torturata", ma l'imputato ha replicato che quel soldato si era ubriacato per festeggiare la notizia che sarebbe diventato padre. 

Nell'udienza Markiv ha poi ribadito di non avere mai avuto alcuna intenzione di nuocere ai giornalisti e anzi di avere loro consigliato, in una conversazione, di non avvicinarsi alla zona della collina perché troppo pericolosa. Markiv conosceva diversi giornalisti, anche italiani, perché aveva preso contatti con loro qualche mese prima, durante il presidio permanente di Maidan, a Kyiv, con cui centinaia di migliaia di ucraini avevano protestato contro l'allora presidente Viktor Yanukovich, che all'ultimo momento non aveva voluto firmare il trattato di associazione con l'Unione Europea. 

L'avvocato Giuliano Pisapia, che rappresenta la Federazione Nazionale della Stampa costituitasi parte civile, ha chiesto a Markiv se avesse mai effettivamente pronunciato alcune affermazioni contenute in una ricostruzione giornalistica risalente al 2014, e lui ha smentito di avere mai dichiarato quelle frasi (ad esempio, che gli ucraini sparavano su tutto ciò che si muoveva), aggiungendo di avere parlato di «miei soldati» nel senso di colleghi e non sottoposti: «Non ero comandante, ma un soldato come gli altri».

Solo sullo sfondo i fatti del 24 maggio 2014

L'interrogatorio a Markiv si è concentrato poco su quanto è accaduto realmente il 24 maggio 2014, il giorno della morte di Rocchelli e Mironov. «Oggi è stata la vittoria di fotografie postume, del 2015, del 2016, del 2017, che nulla hanno a che vedere col 24 maggio», ha dichiarato il difensore di Markiv, Raffaele Della Valle. Gli altri legali hanno sottolineato invece alcuni «non ricordo» espressi da Markiv durante l'esame di fotografie e filmati di anni addietro. Le prossime udienze concluderanno l'ascolto dei testimoni e, per il 12 aprile, è previsto l'inizio delle discussioni delle tesi di pm e legali. 

Rocchelli era particolarmente apprezzato dagli ucraini: aveva svolto la sua attività documentaristica con eccezionale visione indipendente. Le sue fotografie di Maidan erano e restano uno dei migliori documenti della rivolta popolare con un presidente che aveva tradito il mandato elettorale (aveva fatto campagna elettorale promettendo il trattato di associazione con l'Ue). Il processo viene ora seguito costantemente da decine di ucraini che vivono in Italia, convinti dell'innocenza di Markiv sulla base di diversi dubbi.

Tra questi, la posizione degli ucraini alla sommità della collina, a grande distanza dalla fabbrica di ceramiche Zeus vicino a cui Rocchelli e Mironov furono uccisi (con loro il fotografo francese William Roguelon, gravemente ferito, e un autista); la gittata troppo corta dell'AK74 in dotazione a Markiv; la vicinanza, invece, con le postazioni "separatiste", nonostante questa pista non sia mai stata approfondita. Elementi che sicuramente giocheranno un ruolo determinante nelle arringhe finali.

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Commenti (2)

  • Articolo parziale e sbilanciato, che segue l'ormai consolidato filone russofobo di gran parte della stampa italiana ed europea. Sfumature come definire "dissidente" Mironov, non solo non sono sostanziate con approfondimenti, ma non hanno proprio senso, se non quello di ricordare per riflesso condizionato al lettore regimi di sovietica memoria. Affermare poi che Rocchelli sarebe stato "apprezzato dagli Ucraini" è un'altra affermazione che: a) non ha senso, perché ucraini sono anche i separatisti del Donbas, b) tende a giusti******re Markiv quasi come se non ci fosse stato motivo di sparargli. Definire Maidan "rivolta popolare" signi****** essere superficiali ed ignorare i fatti, gli antefatti ed il contesto, che non starò a ripetere, tanto il giornalista mi sembra poco informato, in cattiva fede o viziato ideologicamente, e sottolineare che la rivolta sia stata diretta contro un presidente che aveva tradito "il mandato elettorale" signi****** giusti******re rivolte violente per presunte promesse elettorali non mantenute. Insomma mi sembra un pessimo articolo che dimostra una volta di più quanto l'etica professionale scarseggi in questa professione. A riprova di ciò invito a trovare uguale spazio dedicato, sempre restando in tema di Ucraina, alle misure repressive contro i giornalisti -anche italiani, visto il caso di Marc Innaro- perché scrivono cose che al regime di Kiev non piacciono, oppure, lo stracciare di vesti quando la Savchenko era -giustamente- detenuta in Russia, ma ora che marcisce da un anno nelle carceri ucraine, nessun epigono di questi Seymour Hersh da strapazzo, ne scrive una riga. In una altro articolo, Melley nega associazioni tra il governo ucraino e l'estrema destra, ignorando, tra i fatti più eclatanti, la presenza di cecchini e assassini dichiarati del Maidan in Parlamento, e gli stretti legami tra Avakov (ministro del governo Poroshenko) ed il battaglione paramilitare Azov, che oltre a essersi macchiato di gravi crimini, sfoggia anche simboli nazisti, non "neo", ma nazisti propri, di Hitleriana e Banderista memoria. Vergognoso.

  • A me sembra un replay della vicenda del somalo ingabbiato per 16 anni (Omicidio Krovatin - Alpi). Quanto meno sara' il primo caso al mondo di un'accusa di omicidio volontario utilizzando come arma un mortaio.

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