Figli "abbandonati" in Questura dopo l'arresto: così le ladre rom cercano di evitare il carcere

È una sorta di protocollo che scatta tra le ladre di etnia rom. Ma giovedì non ha funzionato

È una sorta di "welfare tra nomadi", per dirla con le parole di chi ha firmato l'ultimo arresto. Una specie di pronta assistenza per provare a salvare, per l'ennesima volta, l'amica dal carcere. E spesso - stando a quanto risulta alla Squadra Mobile di Milano - la missione riesce anche, con la magistratura che analizza la situazione e propone pene alternative. 

Hanno studiato un modo per evitare il carcere, o almeno per provarci, le ladre - quasi tutte di etnia rom - che colpiscono nelle città turistiche italiane, soprattutto sui mezzi pubblici. 

Dodici arresti e sei figli 

La conferma per la polizia è arrivata giovedì pomeriggio, quando gli agenti della Mobile hanno arrestato F.O., ragazza di ventidue anni bosniaca ufficialmente residente in un camper in zona Sant'Agostino che deve scontare undici anni di carcere per un cumulo pene per furti, tutti commessi tra Milano, Roma, Genova e Venezia.  

La giovane, che ha sei figli, è stata fermata in viale Famagosta e portata immediatamente in Questura, dove i poliziotti hanno poi scoperto il suo curriculum criminale di tutto rispetto, fatto di dodici arresti negli ultimi cinque anni, sempre e solo per borseggi.

La neonata lasciata in Questura

Dopo l'identificazione e tutti i controlli del caso, gli agenti hanno comunicato alla donna che sarebbe stata accompagnata nel carcere di San Vittore e hanno iniziato i preparativi per il trasferimento. 

Nello stesso istante, però, all'ufficio denunce della Questura si è presentata una seconda donna: una signora di quarantatré anni, anche lei di etnia rom, incinta all'ottavo mese di due gemelli e già madre di undici bambini. La 43enne ha spiegato al corpo di guardia di non sentirsi bene, ha messo nelle mani di una poliziotta una bimba di cinque mesi avvolta in una coperta, ha detto che era figlia dell'arrestata è andata via. 

Quella neonata, hanno poi accertato gli agenti, era proprio l'ultima figlia della ventiduenne fermata soltanto qualche ore prima. 

"Il welfare tra nomadi"

"Abbiamo sentito le altre Questure perché avevamo il dubbio e ce lo hanno confermato: è uno sorta di protocollo, di welfare tra loro, un modo per aiutarsi e per evitare il carcere", ha spiegato il dirigente della Mobile, Vittorio La Torre. 

E anche a Milano pare che fosse già successo: qualche volta in Questura e qualche volta alla Locale. "Appena in un campo sanno che una di loro è stata arrestata, una donna porta un figlio della fermata dalle forze dell'ordine e così spera che la magistratura sia più clemente - hanno chiarito da via Fatebenefratelli -, proponendo una pena alternativa al carcere". 

In carcere lei e la bimba

Per la ventiduenne, però, questa volta il "welfare" non ha funzionato. La pena definitiva e un vecchio rifiuto di un giudice a una misura alternativa - anche allora la ragazza aveva un figlio di cinque mesi - hanno fatto aprire per lei le porte del carcere di San Vittore.

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Lì, questa volta insieme a lei, è andata anche la sua piccola. 

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