Violenza, sangue e umiliazioni: ecco come le pandillas dei latinos "conquistano" Milano

"Fotografia" di una banda nascente e il sogno criminale di due ragazzi ventenni. La storia

Il Loko e l'aggressione in metro a Milano

L'esordio era stato di quelli "col botto": pugni, calci e il furto di un cappellino, che per loro è un'emblema, un simbolo da difendere e onorare. Per riempire il vuoto lasciato dai vecchi arresti, infatti, c'era la necessità di dimostrare di essere cattivi, spietati e pronti a tutto. E pronti a tutto lo erano davvero Geovanny Ayrton Valencia Moreno - venti anni, ecuadoriano, famoso con il nome di battaglia di Loko Barrio e con un passato nel carcere Beccaria per rapina - e Christian Alfredo Suarez Ortega, ventitré anni, ecuadoriano anche lui e con precedenti per rissa e possesso di oggetti atti ad offendere.   

I due giovanissimi sono stati arrestati dagli agenti del commissariato Mecenate - diretto dalla dottoressa Elisabetta Salvetti - nell'operazione "Barrio Brenta" perché ritenuti responsabili di almeno sette rapine commesse tra luglio 2016 e ottobre 2017 proprio tra Brenta e Corvetto, due zone storicamente terra di latinos che i due avevano trasformato nel teatro delle loro personalissime scorribande.

Il Loko e Ortega, hanno accertato gli investigatori, vantano un passato - anche se senza ruoli apicali - nei Latin King, la gang di latinos più famosa del mondo, e avevano deciso di dare vita a una nuova pandilla, il cui capo sarebbe diventato proprio Moreno. Quello stesso Moreno che viene descritto dai poliziotti come un "ragazzo violento, spesso ubriaco - proprio come l'amico - e che vuole incutere timore su tutto il quartiere per prendere una posizione di potere nei confronti di tutti gli abitanti, sudamericani compresi".

E la sua prima vittima, infatti, è proprio un sudamericano. È luglio 2016: Loko, Ortega e altri ragazzi - sette al momento sono stati "solo" denunciati - entrano nella stazione metro di Porto di Mare e aggrediscono tre giovani, in passato membri di una gang rivale, la "Neta". Le vittime se la cavano con ferite e traumi che i medici giudicano guaribili in venti giorni, ma perdono un cappello, che Moreno - ripreso dalle telecamere di sicurezza - porta con sé fiero su un tram. Sì, perché quello non è un semplice berretto: per i pandilleros il cappellino è un simbolo di appartenenza e perderlo è un disonore, un'umiliazione. 

Il Loko col cappellino del rivale

Il Loko col cappello del rivale

Loko e Ortega colpiscono di nuovo a novembre, sempre nel mezzanino di Porto di Mare. A finire nel loro mirino questa volta è una donna italiana che si trova lì con il figlio piccolo: la ragazza viene avvicinata e minacciata con un taglierino, ma viene salvata dall'intervento di alcuni passanti. 

A marzo, i due ventenni lasciano a terra - di nuovo - un ex membro di un banda rivale: il teatro dell'aggressione è la metro Brenta e ad avere la peggio è un giovane sudamericano, ex appartente della gang "Latin Forever". Il ragazzo - che poi sarà convinto dagli agenti a testimoniare - riporta una lesione alla mandibola causata da due violentissimi pugni in faccia e "perde" il cellulare. 

Le scene si ripetono praticamente identiche ad agosto, in via Barabino. Moreno - questa volta da solo, per mostrare la sua forza e il suo coraggio - segue un quarantenne sudamericano fin sotto casa. Lo ferma, si presenta - «Sono un Latin King», dice - e gli sferra due cazzotti in pieno volto davanti agli occhi di un'amica della vittima. Quando l'uomo crolla, il pandillero gli ruba il cellulare, ottanta euro e scappa via. 

Il delirio di onnipotenza del Loko e di Ortega, il suo secondo, è ormai all'apice: si sentono pronti a creare una loro banda e - sottolinea il Vicequestore Elisabetta Salvetti - "alzano il tiro convinti di restare impuniti". Tra settembre e ottobre, in meno di un mese, si "muovono" tre volte: prima picchiano un ragazzino filippino al parco di via Nervesa per rubargli il telefono e quaranta euro, poi aggrediscono una giovane ecuadoriana a pugni in faccia per portarle via il tablet e, infine, in via Avezzana, buttano a terra una ragazza italiana per scipparle il telefono. 

Le ultime tre vittime, però, riconoscono il Loko, tradito da una felpa sgargiante che porta addosso durante le aggressioni e che indossa spesso in alcune foto su Facebook, quasi tutte scattate nel parchetto di via Nervesa, una sorta di quartier generale nel quale le pandillas "dominanti" si alternano.

A quel punto, la sua giovane carriera criminale finisce: gli agenti del commissariato Mecenate lo trovano e lo arrestano, insieme ad Ortega. 

Loro due nel 2013 - quando gli stessi poliziotti avevano arrestato e denunciato oltre cento pandilleros nella mega indagine "Amor del rey" - erano poco più che ragazzini, ma negli ultimi mesi avevano stretto contatti con alcuni dei vertici dei Latin King, da poco usciti dal carcere. La violenza, il sangue e le rapine erano proprio il modo per dimostrare ai "vecchi" pandilleros di essere pronti a fare il grande passo: diventare capi o creare una banda tutta loro. 

Il Loko e Ortega

Il Loko e Ortega-2

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