Marianna Sergio, la sorella 'Fatima', deve restare in carcere per terrorismo: la decisione

La donna non ha mai "manifestato alcuna revisione critica della condotta criminosa"

Repertorio

Ha provato a chiedere di uscire dal carcere e di essere affidata ai servizi sociali Marianna Sergio, sorella di Maria Giulia 'Fatima', la prima foreign fighter italiana che andò in Siria nel 2014, e anche lei condannata per terrorismo internazionale dopo essere stata arrestata nel luglio 2015 a Inzago (Milano), assieme al padre Sergio Sergio e alla madre, entrambi poi deceduti.

Prima il Tribunale di Sorveglianza dell'Aquila, dove la donna è detenuta, e poi la Cassazione hanno dichiarato "inammissibile" la richiesta e in seguito il ricorso sulla bocciatura. Per la Suprema Corte, la difesa non è riuscita a contrastare le motivazioni della Sorveglianza che evidenziano la "assenza di elementi significativi di un effettivo distacco dalla organizzazione terroristica" a cui aveva aderito, l'Isis.

Tra l'altro, come si legge nella sentenza, la donna in carcere ha tenuto un "atteggiamento polemico e rivendicativo verso gli operatori" e non ha mai "manifestato alcuna revisione critica della condotta criminosa".

La condanna di Maria Giulia e l'incertezza sulla sua morte

Maria Giulia 'Fatima' Sergio, la ragazza da cui comincio tutto, era stata condannata a 9 anni dalla corte d'Assise d'appello di Milano. Sergio, la prima foreign fighter italiana che nel settembre 2014 lasciò la sua residenza di Inzago, nel Milanese, per raggiungere la Siria a unirsi alle milizie del Califfato con il nome islamico di Fatima.

Nel provvedimento, il collegio della Corte d'Assise di Milano presieduto da Ilio Mannucci Pacini si era soffermato soprattutto sull'azione di "coinvolgimento dei propri familiari" compiuta da Fatima attraverso una serie di messaggi e chat inviati dai territori del Califfato: "È a seguito delle sue insistenze, e alla sua offerta di aiuto nell'organizzazione del viaggio, che questi avevano deciso di raggiungere i territori dell'Isis".

Un'insistenza "spesso connotata da toni aggressivi e comunque perentori" e da tale "forza persuasiva" che secondo i giudici milanesi dimostra come il reale obiettivo di Fatima non fosse quello di "organizzare semplicemente un viaggio di ricongiungimento familiare". La foreign fighter, "voleva che anche i suoi familiari rispondessero alla chiamata individualizzata al jihad lanciata dai vertici dell'Is, fornendo il proprio contributo personale". Non a caso "più volte aveva loro ricordato che nell'impossibilità di raggiungere la Siria avrebbero dovuto attuare il jhiad in Italia e che questo consiteva nell'uccisione dei miscredenti".

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Fatima, che secondo la sorella Marianna sarebbe "morta in Siria", è ancora ufficialmente latitante insieme al marito, l'albanese Albo Kubuzi, andato con lei in Siria e condannato a 10 anni di carcere. 

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