"Il carcere non gli è servito": pedofilo recidivo condannato a curarsi

La decisione della sezione prevenzione del Tribunale. L'uomo è obbligato a iniziare un percorso di cura da subito, che proseguirà una volta uscito di prigione

Repertorio

Il carcere, per lui, non ha funzionato: pertanto sarà obbligato a curarsi. E' la prima decisione del genere per un caso di pedofilia recidiva a Milano. L'ha stabilito la sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano: il collegio, presieduto da Fabio Roia e formato anche da Veronica Tallarida e Ilario Pontani, ha scritto nero su bianco che, per il 52enne A.P., "il carcere sul piano rieducativo non ha prodotto alcun effetto", per cui è stata accolta la proposta (della questura di Milano) di un percorso di cure per contenere "gli impusi sessuali". Piano di cure su cui lo stesso 52enne ha dato il consenso.

Attualmente detenuto nel carcere di Pavia, l'uomo venne arrestato nel 2004 per una violenza sessuale ai danni di una bambina di quasi 9 anni. All'epoca fu condannato a 3 anni e 8 mesi di reclusione, con una perizia che parlava di "impulsi sessuali" che "il soggetto non sempre riesce a fare a meno di assecondare". Uscito di prigione abusò di una bambina di appena 2 anni, nel 2009, e poi venne arrestato nuovamente nel 2016 per violenza su una bambina di 5 anni. Per quest'ultimo episodio è stato condannato a 4 anni di carcere. 

L'uomo, dunque, terminerà in ogni caso di scontare la condanna; ma intanto, e nel più breve tempo possibile, dovrà prendere contatti con il Centro italiano per la promozione della mediazione (Cipm) guidato dal criminologo Paolo Giulini, per iniziare un programma terapeutico anche mentre sarà in carcere. Poi proseguirà con la cura, e nel frattempo (lo ha deciso sempre il collegio della sezione prevenzione del Tribunale) dovrà osservare l'obbligo di dimora nel suo Comune di residenza (per due anni) e non potrà frequentare asili, scuole, parchi o altri luoghi di ritrovo di minori.

La cura presso il Cipm dovrà servire, scrivono sempre i giudici, a "prendere coscienza del forte disvalore delle condotte violente in una prospettiva di contenimento degli impulsi sessuali". Carcere sì, insomma, ma anche 

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