Piazza d'Armi: il viaggio nella "favela" di Milano, tra disperati e fuochi di rifiuti tossici

La baraccopoli accanto a via Gabetti dove si scaricano materiali di ogni genere e si bruciano, ma dove vivono anche decine di disperati

Un'immagine della baraccopoli di piazza d'Armi

Entrare nella strada protetta (inutilmente) dal new jersey ed addentrarsi nella favela. Anche Milano ha la sua baraccopoli, e non da oggi ma da decenni, nascosta in un angolo di piazza d'Armi, l'enorme spazio verde sul retro della caserma Perrucchetti che ora il Demanio militare ha affitado a Invimit per valorizzarlo. Tra non molto, forse, sorgerà il nuovo centro d'allenamento dell'Inter, che vuole riunire qui la Pinetina, Interello e la sua sede legale.

Intanto gli abitanti di via Gabetti e via Domokos respirano i fumi degli incendi e dei roghi quotidiani che salgono dalla baraccopoli, dai loro "vicini di casa", almeno una cinquantina di persone. Dal terrazzo di uno dei palazzi il colpo d'occhio è imprevisto: si scorgono distintamente le baracche, le lamine, gli orticelli, anche qualche camion che serve chiaramente a portare materiale di scarto, di qualunque tipo, da "smaltire".

In piazza d'Armi s'incastrano emarginazioni e reati di vario tipo. Dai disperati che vivono lì, coltivano il loro orto, tengono qualche gallina e accendono fuochi per scaldarsi, per arrivare a quelli che svolgono attività di smaltimento rifiuti palesemente abusiva e bruciano materiali non identificati («solo legna», dicono, ma chiaramente c'è dell'altro). C'è pure una baracca palesemente adibita a "locale pubblico" per riunirsi, bere qualcosa, far festa, ascoltare musica. 

Video: la baraccopoli di Milano

baraccopoli piazza armi-2

Invimit ha ingaggiato una società di vigilanza privata che transita un paio di volte al giorno all'esterno, nel perimetro dell'area. E ha messo in sicurezza una piccola porzione dove si era verificato un consistente incendio di materiale pericoloso. In un altro punto è stato smaltito completamente l'amianto. Ma interventi più grossi non ne sono stati fatti.

Palazzo Marino e il Municipio 7 hanno predisposto i new jersey che, però, vengono facilmente spostati per far passare i camion. «Io ce l'ho il permesso», dichiara candidamente uno di quelli che portano nella baraccopoli gli scarti dell'edilizia e altro materiale vario di recupero: «E brucio solo legna. I vigili mi hanno dato il permesso, sono qui da quarant'anni. Gli abitanti dei palazzi, qui, non comandano, così come io non vado a comandare da loro».

Improbabile che un agente di polizia locale abbia realmente dato un permesso per questa attività. Ma Diana De Marchi (consigliera comunale del Pd) e Tiziana Vecchio (assessore del Municipio 7, della Lega), sul posto insieme ad alcuni cittadini durante la nostra visita, hanno "preso nota" quantomeno della dichiarazione. Entrambe concordano che occorre risolvere al più presto le questioni intorno a piazza d'Armi per rispettare sia la legalità sia la salute di chi vive nel quartiere. Arpa, in autunno del 2017, ha inviato al Comune l'analisi su uno dei tanti roghi concludendo che sarebbe stata necessaria un'ordinanza perché il materiale non era salubre. 

Il Comune, però, sente di avere le mani legate. Dagli uffici tecnici (urbanistica e ambiente) dichiarano di avere già compiuto tutti i passi possibili per l'amministrazione comunale. E tra non molto verranno, forse, demoliti alcuni ex magazzini militari oggi occupati abusivamente: questa, perlomeno, è l'intenzione dell'assessore alla sicurezza Carmela Rozza. Ma evidentemente non basta. La baraccopoli di Milano, per ora, resiste.

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