Processo Rocchelli, la difesa chiede l'assoluzione per Vitaliy Markiv

Le conclusioni della difesa: «Nessuna certezza su come siano andati i fatti»

Donatella Rapetti e Vitaliy Markiv (foto Nataliya Kudryk - Radio Svoboda)

Sta per concludersi, a Pavia, il processo a carico dell'italo-ucraino Vitaliy Markiv, 29 anni, accusato di omicidio per la morte del fotoreporter italiano Andrea Rocchelli e dell'interprete russo Andrej Mironov. Nella penultima udienza, il 5 luglio, la difesa ha terminato le arringhe conclusive con Donatella Rapetti che, per Markiv, ha chiesto l'assoluzione per non aver commesso il fatto o, in subordine, per non punibilità o per insufficienza di prove. Le conclusioni difensive erano iniziate il 21 giugno con la "maxi arringa" di Raffaele Della Valle durata circa sei ore, durante la quale il "principe del foro", già difensore di Enzo Tortora negli anni '80, aveva smontato tutte le accuse al soldato italo-ucraino.

L'accusa, condotta dal pm Andrea Zanoncelli, aveva chiesto invece 17 anni di reclusione per l'omicidio volontario di Rocchelli e Mironov e per il tentato omicidio di William Rougelon, il giornalista francese sopravvissuto allo scontro a fuoco avvenuto nei pressi della città ucraina di Sloviansk il 24 maggio 2014, in quel momento divisa tra guardia nazionale ed esercito ucraini (della prima faceva parte Markiv), che presidiavano la collina di Karachun e difendevano l'antenna televisiva, e i separatisti filo-russi, che invece controllavano l'intera città e soprattutto la zona della fabbrica di ceramiche Zeus ai piedi della collina. 

L'avvocato di parte civile della famiglia di Andrea Rocchelli, Alessandra Ballerini, aveva chiesto un risarcimento di 500 mila euro per ciascuno dei genitori e di 800 mila euro per la compagna di Andy. L'ultima udienza è prevista per il 12 luglio, quando ci sarà spazio per le eventuali repliche finali e poi la corte si ritirerà in camera di consiglio. 

«Impossibile la certezza su come siano andate le cose»

Se Della Valle aveva aperto alla possibilità (esclusa dal pm) che siano stati i filo-russi a sparare al gruppo di cui facevano parte anche Rocchelli e Mironov, Rapetti si è concentrata sulla sostanziale impossibilità di avere certezza di come siano andate effettivamente le cose in quella terribile giornata. Le perizie hanno del resto evidenziato come manchino del tutto i reperti utili: del taxi con cui Rocchelli, Mironov e Rougelon arrivarono sul posto dall'hotel ci sono solo le foto (che evidenziano fori in uscita sul tetto, il che significa che gli spari al taxi non venivano certamente dalla collina); non ci sono le schegge del corpo; non ci sono le armi; non sono più stati trovati reperti sul posto. I periti ucraini che hanno potuto esaminare le schegge, però, dichiarano che quelle trovate su Rocchelli sono diverse da quelle trovate su Mironov, il che fa pensare a due armi diverse. 

Le schegge, in ogni caso, possono soltanto fare capire il tipo di arma, ma non l'arma specifica. E d'altra parte gli ucraini e i filo-russi avevano armi dello stesso tipo, mortai e Ak-74 di fabbricazione sovietica. E poiché l'accusa si fonda sull'assunto che Rocchelli e Mironov siano stati uccisi da colpi di mortaio sparati dagli ucraini, Rapetti ha ricordato un rapporto di Human Rights Watch secondo cui «gli insorti usano i mortai». 

La postazione di Markiv: «Visibilità scarsa»

Rapetti si è poi occupata dell'imputazione formulata per Markiv: «Occupava stabilmente un avamposto in collina con l'incarico di far fuoco in direzione di persone sospette e segnalarne la posizione ai militari», i quali (solo loro) avevano i mortai a più lunga gittata. «Ma voi sapete se Markiv, a quell'ora del 24 maggio, era in servizio? Da dove risulta?», ha chiesto Rapetti alla corte: «Anche Bogdan Matkivskyy (che era il comandante della guardia nazionale a Sloviansk, n.d.r.) non riesce a dircelo», e ha ricordato che il pm aveva parlato di «eventuale concorso morale», prendendosi una "strigliata" dallo stesso Giuliano Pisapia (avvocato di parte civile della Federazione della Stampa), che aveva ribattuto: «O si prova che c'è concorso, o non c'è concorso morale». 

Ancora, Rapetti si è rivolta ai giudici d'Assise: «Markiv vedeva la fabbrica?», riferendosi a quello che lo stesso imprenditore italiano proprietario della Zeus ha confermato fosse la "centrale" dei filo-russi in zona. Secondo la postazione riconosciuta da Markiv in una fotografia (e confermata da Matkivskyy), dalla sua postazione l'imputato non poteva vedere bene la Zeus perché la visuale era parzialmente ostruita da un edificio amministrativo e dalla vegetazione. Difficile quindi ipotizzare che avesse visto (da centinaia di metri, tra l'altro) persone riconosciute come civili (anzi, come giornalisti, che, come ipotizzato dal pm, «avevano stancato»), dando le coordinate per gli spari di mortaio dell'esercito.

«Segnalare posizioni? Markiv eseguiva ordini»

Troppo azzardato, dunque, supporre che Markiv volesse uccidere Rocchelli, Mironov e Rougelon. Troppe cose non si sanno con sufficiente sicurezza. Ma Rapetti è andata oltre, sottolineando (dall'imputazione) il compito di segnalare la posizione, che è alla fine ciò su cui si fonda l'accusa. «Un ordine, un dovere», ha ripetuto Rapetti. Un incarico confermato dai comandanti della guardia nazionale a Sloviansk. Un incarico legittimo, a cui Markiv doveva adempiere. 

Ma è punibile qualcuno per avere commesso un reato per l'adempimento di un dovere? Se questo dovere è «imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità», come recita l'articolo 51 del codice penale italiano, allora l'autore del reato non è punibile. E, secondo la Cassazione, questo vale anche per ordini all'estero. E Markiv, senz'ombra di dubbio, era un sottoposto che, adempiendo a un ordine legittimo, segnalava le posizioni delle «persone sospette»: sulla collina adempiva quindi soltanto a un ordine. E se anche l'ordine fosse stato illegittimo, sempre l'articolo 51 chiarisce che non cambia nulla, se non si poteva discutere, come appunto avviene nei contesti militari gerarchici.

«Più probabile che abbiano sparato i filo-russi»

Rapetti ha infine ricordato alcuni elementi che segnano la maggior probabilità che a sparare al gruppo siano stati i filo-russi. Anzitutto la maggior vicinanza rispetto alla strada; l'affermazione di Rougelon di avere percepito i primi colpi dalla parte della fabbrica; una video intervista a due filo-russi che, per recuperare i cadaveri, sono andati vestiti in abiti civili «perché altrimenti andavamo anche noi in obitorio» (il che vuol dire, secondo Rapetti, che «gli ucraini non sparavano ai civili»); e infine il fatto che, non appena il sopravvissuto Rougelon ha alzato le mani dicendo ai filo-russi di essere un giornalista, gli spari sono cessati.

«Verosimilmente i più vicini filo-russi hanno sparato su Rocchelli, Mironov e Rougelon credendoli nemici», ha concluso Rapetti. I filo-russi, su cui nessuno ha mai indagato.

(foto: Nataliya Kudryk - Radio Svoboda)

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