Processo Rocchelli, parla la difesa di Markiv: «Gli spari provenivano dai separatisti»

In sei ore di arringa, Raffaele Della Valle ha "smontato" i capisaldi dell'accusa. La sentenza il 12 luglio

Raffaele Della Valle durante l'arringa (foto Nataliya Kudryk - Radio Svoboda)

Al processo per l'omicidio del fotoreporter italiano Andrea Rocchelli e del suo interprete russo Andrej Mironov (e per il tentato omicidio del giornalista francese William Rougelon), venerdì 21 giugno è stato il turno delle arringhe finali di Niccolò Bertolini Clerici, difensore di parte civile dello Stato ucraino, e del "principe del foro" Raffaele Della Valle, primo difensore di Vitaliy Markiv, il soldato italo-ucraino arrestato a Bologna nell'estate del 2017. Il 5 luglio sarà la volta dell'altro difensore di Markiv, Donatella Rapetti, mentre il 12 spazio alle eventuali repliche e alla sentenza.

L'Osce e i giornalisti: «Accuse ai separatisti e al governo pre-Maidan»

Tra le altre cose, Bertolini Clerici si è soffermato sul documento dell'Osce citato in precedenza da Alessandra Ballerini, legale della famiglia Rocchelli, che parlerebbe di minacce ai giornalisti tra il 28 novembre 2013 e il mese di maggio del 2014 nel territorio ucraino. Il legale di parte civile dello Stato ucraino ha però contestato che quel documento sia un "j'accuse" al governo ucraino dell'epoca di maggio. In effetti tra fine novembre e fine febbraio era al potere il presidente Viktor Yanukovich, costretto alla fuga dopo il presidio di Maidan e la tragedia degli oltre 100 morti in piazza tra i manifestanti per mano dei cecchini governativi di allora.

Non è tutto: Bertolini Clerici ha ricordato che il documento dell'Osce parla espressamente, dopo il cambio di governo, del fatto che in Crimea (annessa alla Russia) e in Ucraina orientale (sconvolta dall'azione dei separatisti) i canali televisivi ucraini venivano disattivati e sostituiti da canali russi. In effetti la guerra è anche guerra d'informazione, e l'Osce si riferisce proprio a questo. Non è un caso che l'esercito ucraino, a Sloviansk, presidiasse proprio un'antenna televisiva.

«Rocchelli grande professionista, aveva passione»

Grande protagonista della giornata è stato Della Valle: in circa sei ore di arringa ha provato a convincere la corte (presieduta dall'esperta Annamaria Gatto, già primo giudice del Ruby-Bis a Milano) dell'inconsistenza delle accuse sia a Markiv sia all'esercito e alla guardia nazionale ucraini, che il 24 maggio 2014, nei pressi di Sloviansk, presidiavano la collina di Karachun per difendere l'antenna televisiva (considerata strategica, perché le guerre si combattono anche sul fronte della comunicazione), mentre i separatisti filo-russi occupavano tutto il resto della città, compresa la fabbrica Zeus la cui strada limitrofa è stata scenario del rocambolesco fuoco incrociato in cui Rocchelli e Mironov (già dissidente in Urss e molto critico verso Putin) hanno trovato la morte.

«Credere nell'innocenza di Markiv non significa essere avversari di Rocchelli», ha affermato Della Valle rivolto direttamente alle parti civili (in aula, come sempre, presenti i familiari di Andy): «E' giusto cercare il colpevole, è un po' sbagliato cercare un colpevole chiunque sia. Nessuno di noi intende proporre l'indecente argomento che Rocchelli se l'è andata a cercare. I giornalisti e il loro interprete erano animati da calore umano e passione, tutti noi glielo riconosciamo. Nell'orgoglio della loro professione vi è l'andare "là dove la storia si racconta"».

La tesi dell'accusa, enunciata dal pm Andrea Zanoncelli (che per Markiv ha chiesto 17 anni di reclusione), si fonda sulla convinzione che a sparare i colpi fatali di mortaio sarebbero stati gli ucraini dell'esercito, su indicazione del soldato della guardia nazionale Markiv che avrebbe avuto il ruolo di "vedetta", e che vi fosse l'intenzione di colpire i giornalisti, che in quel periodo a Sloviansk «avevano stufato». 

L'accusa si fonda, lo sappiamo ormai, essenzialmente sulle testimonianze del sopravvissuto Rougelon, del tassista che ha accompagnato il gruppo alla fabbrica Zeus e di altri giornalisti italiani presenti a Sloviansk in quel periodo, nonché sull'articolo apparso sul Corriere della Sera (online) il giorno successivo, il 25 maggio, che conteneva affermazioni attribuite a un "capitano" degli ucraini sulla collina, poi identificato in Markiv, che tuttavia (è ormai certo) non era affatto comandante della guardia nazionale sulla collina, tanto che il capo d'imputazione dall'arresto al processo è leggermente cambiato. A partire da questi dati, il pm ha elaborato una ricostruzione del contesto e degli avvenimenti che l'arringa di Della Valle ha messo a dura prova.

«Gli spari provenivano dai filo-russi»

Se non pare esservi dubbio sul contesto di guerra, tracciato dalle testimonianze di tutti i giornalisti (che più volte, compreso Rougelon, hanno parlato di «fuoco incrociato» e di combattimenti continui), Della Valle si è concentrato soprattutto sulla provenienza degli spari che hanno colpito il gruppo. Il pubblico ministero (e con lui alcune parti civili: Alessandra Ballerini per la famiglia Rocchelli e Giuliano Pisapia per la Federazione della Stampa) è convinto che la dinamica più ovvia voglia che gli spari provenissero dall'esercito ucraino "imbeccato" da Markiv, nel ruolo di vedetta per conto della guardia nazionale. Zanoncelli ne è così convinto da aver preannunciato che non presenterà ricorso contro un'eventuale assoluzione, a patto che in sentenza sia chiaramente scritto che la responsabilità degli spari è dell'esercito e della guardia nazionale. 

Ma per la difesa si è trattato più probabilmente di fuoco partito dalle (vicine) postazioni filo-russe e non dalle (più lontane e più alte) postazioni di guardia nazionale o esercito ucraini, sebbene nessuno abbia mai chiesto conto ai capi dei separatisti. Il taxi, per esempio, ha fori in uscita sul tetto e in entrata nelle portiere, segno che gli spari alla vettura sarebbero stati provenienti dal basso e non dall'alto. Il tassista afferma: «(quando ci trovavamo nel burrone) si sentiva che, non lontano da me, scoppiavano le granate». Non lontano, quindi dagli avamposti separatisti, più vicini al burrone rispetto alle postazioni degli ucraini regolari.

«Mironov parla in punto di morte, sue parole sincere»

Ma più ancora, per la difesa, valgono le parole (registrate in un video) di Mironov, «che sta per morire, per cui non gli interessa fare scelte di campo in quel momento»: «Sono lì, stiamo in mezzo, qualcuno sta qua e sparano, anche qua vicino c'è un mortaio». Mironov cita anche «un cecchino vicino, che spara con quello che ha» (e un cecchino non potrebbe trovarsi a 1.600 metri, dov'erano gli ucraini: «Il cecchino di Kennedy stava a meno di 100 metri», aveva evidenziato Bertolini Clerici nella sua arringa). La presenza del cecchino è compatibile con quanto riferisce Rougelon in merito al misterioso quinto uomo che compare sulla scena gridando «cecchino!» e invitando tutti a scappare. E sarebbe proprio il quinto uomo la più verosimile causa dell'inizio della sparatoria, incrociando le testimonianze di Rougelon del 2014 e el 2018, perché i colpi - ricostruisce Della Valle - «iniziano quando questi compare sulla scena».

Pur con qualche differenza, le due testimonianze del francese a distanza di anni confermerebbero che a sparare al gruppo ormai dentro il fossato siano stati i separatisti vicini e non gli ucraini lontani. Lui del resto nel 2014 non si mostra molto sicuro: «Penso siano stati i governativi, senza però essere in grado di affermarlo», mentre nel 2018 cambia parzialmente versone: «Ho l'intima convinzione che non siano stati i filo-russi». Tuttavia le fasi della vicenda, descritte dal francese, contraddirebbero questa "intima convinzione". Anche lui, dal fossato, sente «rami spezzati e persone che arrivano vicino».

Quando esce dal fossato, con le mani alzate, trova davanti a sé i separatisti; grida «giornalista» e gli spari cessano. L'esercito ucraino è in collina, chi può sentirlo? Poi procede verso la fabbrica Zeus, e dopo un altro chilometro chiede di salire su un'auto appena incrociata e fugge. Appena l'auto riparte viene colpita da dietro da spari di fucile. «In questo momento gli ucraini sono a forse tre chilometri di distanza», annota Della Valle, per il quale Rougelon in tutta la dinamica non ha mai incontrato un solo membro dell'esercito ucraino o della guardia nazionale, ma solo separatisti.

L'articolo che ha fatto partire l'inchiesta

Archiviati Rougelon e il tassista, la difesa è passata all'origine di tutta l'inchiesta, ovvero l'articolo del giorno successivo all'uccisione di Rocchelli e Mironov in cui un comandante ucraino presente a presidiare «la torre» afferma che a Sloviansk si spara continuamente contro chiunque capiti a tiro, che è un posto pericoloso e che per i giornalisti è meglio non recarsi in zona. L'articolo, come si sa, nasce da una telefonata in viva voce tra Marcello Fauci (che aveva il contatto di Markiv), Ilaria Morani (autrice dell'articolo) e Markiv stesso. 

Per l'accusa, ma anche per le parti civili, la telefonata sarebbe stata "confessoria": Markiv avrebbe ammesso che gli ucraini avevano sparato. Ma Della Valle non è d'accordo: «Se Markiv avesse detto a Fauci e alla Morani di aver sparato lui a un loro amico, i due giornalisti avrebbero agito diversamente. Avrebbero avvertito qualcuno, o lo avrebbero scritto. Di sicuro, poi, qualche mese dopo Fauci non avrebbe incontrato Markiv chiedendogli di regalargli un giubbotto antiproiettile!». Per la difesa, poi, dall'articolo si percepisce che Markiv è «ben lungi dalla volontà di uccidere i giornalisti (come gli viene contestato dall'accusa, n.d.r.), perché dice loro: "Non venite!"». 

Alcuni punti dell'articolo, rispetto alle ricostruzioni successive, sono risultati imprecisi: ad esempio la torre era in realtà un'antenna e Markiv non era comandante o capitano ma un semplice soldato, anche se per il pm era un superiore per tre o quattro uomini. Della Valle ripete più volte che la Morani, al banco dei testimoni, ha provato a «lanciare messaggi alla corte, quasi degli SOS» quando per esempio afferma: «Che fosse capitano o no, sinceramente non ho la certezza... che fosse superiore a qualcuno, sì, abbiamo avuto questa impressione», o anche: «Markiv mi ha fatto pensare che sia rimasto coinvolto come altri, senza avere una responsabilità». 

Quanto a Fauci, secondo Della Valle da un lato cercherebbe di difendere la professionalità dell'amica Morani e, dall'altro, non vorrebbe tradire l'amico Markiv. Così mostra di ricordare pochi dettagli della telefonata: «Ilaria ricorda meglio perché ne ha scritto, ma non si è parlato di vittima specifica». Nell'articolo, come fosse riferito da Markiv, è riportato il dettaglio della morte dei due giornalisti e dell'interprete, ma l'imputato non ne sapeva nulla: «Come avrebbe potuto, Markiv, da più di un chilometro di distanza, sapere che due erano giornalisti e che uno era un interprete? E oltretutto il gruppetto era composto da cinque persone, non da tre. Se l'avesse detto lui, avrebbe detto "gruppo di persone"», fa notare Della Valle. Si trattava quindi di dettagli riferiti a Markiv dai giornalisti, perché già noti nell'ambiente dei reporter di Sloviansk. Sentito poi dal pm a novembre 2016, Fauci informa subito di essere a conoscenza della conversazione tra il pm e la Morani, di qualche giorno prima. Per Della Valle è la dimostrazione di un "vizio" iniziale che, a suo parere, renderebbe poco rilevante il racconto. 

«Comprendere che in certe situazioni, come in questa, non si possa andare al di là, non è un arrendersi o una ingiustizia», ha concluso Della Valle invocando l'innocenza per Markiv, «ma è la fierezza di intelletti giusti e il rispetto della regola costituzionale del ragionevole dubbio». Toccherà, come detto, alla sua collega Donatella Rapetti completare la difesa il 5 luglio. Poi la parola andrà alla corte. In udienza, ad ascoltare Bertolini Clerici e Della Valle, oltre ad una delegazione di cittadini ucraini in Italia (compresa la madre dell'imputato e il marito di lei), anche alcuni rappresentanti del Ministero della Giustizia ucraino.

(foto: Nataliya Kudryk - Radio Svoboda)

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