Processo Rocchelli, in aula il ministro ucraino. Interrogati i commilitoni di Markiv

A Pavia anche Arsen Avakov, ministro dell'Interno dell'Ucraina. La giornata dei testimoni che combattevano a Sloviansk con l'imputato Vitaly Markiv

Foto: Ministero dell'Interno dell'Ucraina

Si avvia alle battute finali il processo, a Pavia, per la morte del reporter Andrea Rocchelli (morì anche il suo interprete, l'ex dissidente russo Andrej Mironov, mentre venne ferito il giornalista francese William Rougelon) avvenuta il 24 maggio 2014 nei pressi della città ucraina di Sloviansk, in periodo di combattimenti tra l'esercito ucraino e i separatisti filorussi. E' imputato Vitaly Markiv, all'epoca inquadrato nella guardia nazionale ucraina di stanza a Sloviansk e arrestato nel 2017 a Bologna.

«Ho aspettato due anni questo momento»: parla Markiv

Il ministro ucraino all'udienza

All'udienza del 17 maggio, che si è eccezionalmente tenuta non in Tribunale ma in Sala dell'Annunciata, ha presenziato anche il ministro degli Interni dell'Ucraina Arsen Avakov, proprio nel giorno in cui scoppiava a Kyiv una crisi di governo che potrebbe anche portare a elezioni anticipate.

«Per noi - ha commentato Avakov - è importante essere qui. Vitaly Markiv è innocente: per noi è un eroe di guerra. Per il suo valore è stato premiato anche con un'onorificenza del nostro Presidente della Repubblica. Abbiamo fiducia nella giustizia italiana e siamo convinti che alla fine la verità verrà a galla. Markiv non deve diventare il capro espiatorio di questa vicenda».

FOTO: Arsen Avakov (a d.) incontra Vitaly Markiv (fonte Ministero dell'Interno dell'Ucraina)

markiv e akarov - ministero interno ucraina-2

I punti chiave

L'udienza è stata dedicata alle testimonianze di alcuni testi della difesa, tutti della guardia nazionale nel 2014: uno di loro, il primo ad essere ascoltato, ne è oggi il comandante («la guardia nazionale è simile - ha spiegato - alla guardia civil spagnola o ai carabinieri italiani»).

I difensori di Markiv (tra cui Raffaele Della Valle) e il controesame del pm Andrea Zanoncelli e dei legali delle parti civili si sono concentrati su alcuni elementi chiave di tutto il processo: la posizione di Markiv (e della guardia nazionale) sulla collina di Karachun, unico avamposto non in mano ai separatisti; la presenza o meno di mortai (l'arma con cui Rocchelli fu ucciso) nell'armamento della guardia nazionale; la presenza o meno di separatisti (e le loro armi) a valle della collina, nella zona della fabbrica di ceramiche Zeus, presso cui Rocchelli, Mironov e Rougelon scesero dall'auto che li aveva condotti nella zona dei combattimenti.

La tesi difensiva, suffragata da numerose testimonianze tutte concordanti (anche nell'udienza del 17), è che coloro che hanno sparato al gruppo dei reporter non potevano essere soldati della guardia nazionale ucraina (e quindi non poteva essere Markiv): troppo distanti le posizioni della guardia nazionale e nessun mortaio a disposizione.

La collina, i mortai, la fabbrica

Particolarmente rilevante il ricordo dell'attuale comandante della guardia nazionale, secondo cui la fabbrica di ceramiche era occupata dai separatisti e la zona intorno era teatro di guerra. Proprio la zona in cui giunse l'auto con i reporter. Tutti i testimoni hanno confermato che la guardia nazionale, all'epoca, non possedeva armi pesanti ma solo AK74, dalla gittata di qualche centinaio di metri (si è dotata di mortai solo in seguito), mentre i mortai erano certamente tra le dotazioni dei separatisti, perché i militari ucraini ne ritrovavano i resti. 

Ai testimoni sono stati mostrati due video girati sulla collina di Karachun. La posizione di Markiv, come abbiamo detto, è una questione determinante di questo processo. E i video sostanzialmente confermano che le posizioni della guardia nazionale all'epoca dei fatti sono troppo lontane per vedere la fabbrica di ceramiche; da alcuni punti, anzi, la zona della fabbrica nemmeno si scorge.

La vegetazione frastagliata, tra alberi ad alto fusto e arbusti, e la posizione in trincea, non consentono una visione precisa di quanto accade a oltre un chilometro di distanza; men che meno permettono di riconoscere una persona a piedi o anche un'auto in transito: «Anche i treni ci sembravano piccolissimi», ha commentato uno dei testimoni in udienza; e comunque quella distanza era impossibile da coprire con gli AK74.

Il collega di Markiv e il comandante

Tra i testimoni del 17 maggio anche il soldato della guardia nazionale che condivideva la postazione con Markiv. Il suo racconto è prezioso perché restituisce il punto di vista dell'imputato durante quei mesi di difficili combattimenti, nei quali i soldati ucraini avevano una posizione di svantaggio potendo presidiare unicamente la sommità di una collina che non permetteva alcuna reale visione d'insieme.

«Dalla nostra postazione non si poteva vedere la fabbrica di ceramiche - ha dichiarato il soldato - ma solo una porzione di Sloviansk (tra cui la stazione) e la vicina città di Andreevka, della quale però non conoscevamo la situazione. In particolare non sapevamo nemmeno quanti fossero gli abitanti rimasti nel villaggio, vista la situazione di guerra».

L'ordine alla guardia nazionale, in ogni caso, era chiaro: «Mai sparare per primi, né alla vista di qualcuno né al passaggio delle auto». E si capisce perché: troppo lontano per distinguere e riconoscere chiunque. «In caso avvertissimo una situazione di pericolo, avevamo l'ordine di comunicarlo ai comandanti». Un'ulteriore 

Uno dei comandanti di battaglione della guardia nazionale ha confermato che i circa 50 soldati presenti sulla collina di Karachun disponevano di fucili AK74 ma non di mortai nei primi mesi di combattimenti, e ha anche confermato che, invece, i soldati ucraini trovavano resti di mortaio sparati dai separatisti, dei quali peraltro non era nota nemmeno l'esatta divisa.

«Dalla sua postazione, Markiv poteva vedere solo una parte di Sloviansk, sia dentro la trincea sia in piedi.», ha aggiunto l'ex comandante: «Impossibile identificare persone a piedi da così lontano, perfino i treni sembravano piccolissimi». La stessa difficoltà nell'identificare un'auto e stabilre se fosse di civili, di giornalisti o di separatisti.

Il ruolo dei separatisti

Il processo di primo grado avrà una sentenza, probabilmente, entro la fine di giugno. La tesi dell'accusa si fonda essenzialmente sul racconto che Markiv fece al telefono a un giornalista italiano suo amico («qui si spara, non venite») che lo contattò proprio per sapere cos'era successo il 24 maggio 2014 (avrebbe contattato proprio lui, se avesse pensato che fosse l'assassino di Rocchelli?), nonché sul racconto reso ai carabinieri dal sopravvissuto, il francese Rougelon, che però accusa i soldati ucraini soltanto anni dopo l'episodio, mentre pochi mesi prima affermava di non sapere chi avesse sparato.

La conformazione della collina, l'impossibilità di riconoscere chiunque dall'alto e addirittura di vedere la zona della fabbrica, l'assenza di mortai nelle dotazioni a maggio 2014 fanno propendere per l'innocenza di Markiv e di qualunque altro soldato della guardia nazionale. I presunti punti deboli della difesa appaiono meno significativi. Nell'udienza del 17 maggio, ad esempio, l pm Zanoncelli ha "ottenuto" che i testimoni dessero numeri diversi sulle postazioni della guardia nazionale sulla collina: chi cinque, chi tre o quattro. Discrepanze dovute, probabilmente, al tempo che passa.

Ma di più, non è mai stato approfondito l'altro versante dei combattimenti, quello dei separatisti filorussi. Nessuno per esempio ha mai chiesto di interrogare Igor Strelkov, cittadino russo, ex agente segreto e "ministro della Difesa" dell'autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk durante i fatti di Sloviansk. Eppure i separatisti disponevano certamente di mortai e presidiavano i dintorni del punto in cui il gruppo di reporter è sceso dall'auto e ha iniziato il cammino per poi venire sopraffatto dagli spari. 

E' logicamente più probabile, insomma, che a sparare siano stati proprio i separatisti, colpendo il gruppo con armi pesanti e poi uccidendo Rocchelli e Mironov da distanza ravvicinata: una distanza pressoché impossibile per i soldati ucraini asserragliati a oltre un chilometro, sulla collina.

La bravura e l'indipendenza di giudizio di Rocchelli lo avevano portato non solo ad essere considerato tra i migliori fotoreporter italiani, ma anche all'apprezzamento degli ucraini: le sue fotografie di Maidan (qualche mese prima) erano e sono uno dei migliori documenti della rivolta popolare contro un governo e un presidente che avevano tradito i loro stessi mandati elettorali. Rocchelli, la sua famiglia e i suoi colleghi meritano senz'altro che sia trovato "il" colpevole, ma non (come abbiamo già scritto) che venga condannato "un" colpevole.

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