Caso Rocchelli, il pm chiede condanna a 17 anni per Vitaliy Markiv

In aula la requisitoria del pm Andrea Zanoncelli, poi sarà il turno delle parti civili e della difesa. La sentenza è prevista per il 12 luglio

Vitaliy Markiv in aula (Foto Nataliya Kudryk - Radio Svoboda)

Diciassette anni di reclusione per omicidio volontario semplice. E' la richiesta di condanna formalizzata dal pm di Pavia Andrea Zanoncelli nei confronti di Vitaliy Markiv, accusato di avere ucciso il reporter italiano Andrea Rocchelli e il suo interprete russo Andrej Mironov (ex dissidente sovietico) in Donbass, presso Sloviansk, e di avere tentato di uccidere il reporter francese William Rougelon.

Per calcolare la richiesta, Zanoncelli è partito da 24 anni, una pena leggermente superiore a quella base dell'omicidio volontario semplice, ma senza alcuna aggravante; ha applicato le attenunanti generiche (per buona condotta e perché Markiv è incensurato) scendendo a 16 anni; infine ha aumentato di un anno per la continuazione col tentato omicidio di Rougelon. Dopo la requisitoria del pm sarà la volta delle parti civili (famiglia Rocchelli, CesuraLab e Fnsi-Lombarda Giornalisti), infine sarà il turno della difesa di Markiv. La sentenza è attesa per il 12 luglio.

Secondo il pm, i giornalisti sarebbero stati «indesiderati» dai regolari ucraini in quella zona; Markiv, riconosciuto il taxi come un'auto che trasportava reporter, dopo un fuoco di avvistamento con gli AK74 avrebbe segnalato la presenza all'esercito con ricetrasmittente; sarebbero quindi partiti i colpi di mortaio in direzione di Rocchelli, Mironov e Rougelon ormai al riparo nella fossa dove i primi due sono morti. Zanoncelli ha infine annunciato che trasmetterà gli atti a Roma in vista di una rogatoria per indagare Bogdan Matkivsky, deputato in carica, comandante di Markiv nella guardia nazionale a Sloviansk all'epoca dei fatti.

Quinto anniversario 

La requisitoria del pm si è svolta venerdì 24 maggio in un'affollatissima aula di Tribunale (non si capisce perché non si sia tentato, come la settimana prima e come da qui alla fine del processo, di trovare una sala più spaziosa). Si trattava del quinto anniversario della morte di Rocchelli e Mironov. Gli studenti pavesi hanno ricordato Rocchelli con alcuni "murales" sui new jersey antiterrorismo in centro e alcuni di loro, con gli insegnanti, hanno assistito all'udienza insieme a numerosi giornalisti, ai membri del collettivo CesuraLab e anche, come sempre, a una delegazione della comunità ucraina tra cui la madre di Markiv.

Durante la requisitoria, Zanoncelli ha duramente attaccato lo Stato ucraino per avere, a suo dire, collaborato scarsamente finché non è stato arrestato Markiv, per il quale invece ha avuto diverse volte parole di comprensione definendolo, ad esempio, «ultima vittima di tutto questo», perché sarebbe stato «abbandonato dal suo Paese». Ricordando poi forse d'avere di fronte, come difensore, Raffaele Della Valle, il legale di Enzo Tortora, si è detto «dispiaciuto» che l'imputato abbia scontato due anni di custodia cautelare prima della sentenza.

Il pm ha riconosciuto, e occorrerebbe aggiungere finalmente, che Sloviansk nel 2014 era una zona di guerra, di combattimenti, quindi non sicura per nessun civile in astratto. Non è tutto: Zanoncelli ha accettato che il soldato Markiv non disponesse di mortai quel tragico giorno, mentre la prima accusa formalizzata nel 2017 parlava di armi pesanti a sua disposizione.

Zanoncelli ha inoltre ammesso che nel processo sono "entrati" anche dei veri e propri fake, come un documento preso per istituzionale e diverse fonti pseudogiornalistiche non affidabili e neutrali, e ha dichiarato di non volerli utilizzare nella requisitoria. Al termine ha infine ammesso che è stato un errore che la procura non abbia effettuato un sopralluogo fisico a Sloviansk, come richiesto insistentemente e inutilmente dalla difesa, a cui la presidente del collegio giudicante ha anche negato una prova simulata in condizioni simili a quelle della collina.

Ambiente "misto" con mortai a disposizione

La guardia nazionale ucraina (un corpo simile alla guardia civil spagnola o ai carabinieri italiani), compreso Markiv, si trovava sulla collina di Karachun, unico avamposto regolare ucraino in un territorio allora quasi integralmente controllato dai separatisti (che il pm ha più volte chiamato «terroristi», aderendo alla definizione ufficiale ucraina); e sulla collina vi si trovava anche l'esercito ucraino. Durante le circa quattro ore di requisitoria il pm ha cercato di dimostrare che la guardia nazionale e l'esercito non sarebbero stati nettamente separati ma avrebbero condiviso spazi comuni in un edificio usato come "base", e le postazioni sarebbero state di poche centinaia di metri l'una dall'altra. 

Zanoncelli ha poi cercato di dimostrare che questo "ambiente misto" di militari e di soldati della guardia nazionale aveva a disposizione i mortai, mentre la difesa ha sempre asserito, anche portando in aula i capi di Markiv di allora, che la guardia nazionale non aveva mortai con sé il 24 maggio 2014, ad operazioni appena incominciate, ma se ne sarebbe dotata in seguito, e che quindi l'unica arma a disposizione della guardia nazionale erano i fucili Ak74, con gittata notevolmente inferiore e insufficiente a coprire un chilometro e mezzo tra le postazioni ucraine e il punto, vicino alla Zeus, in cui Rocchelli e Mironov morirono, presidiato dai separatisti.

Zanoncelli ha mostrato poi un video di una emittente televisiva ucraina in cui si vede Markiv "passeggiare" vicino ai mortai pronti per essere usati. Per il pm la prova che Markiv era a contatto con i mortai, anche se vanno dette due cose. Primo: quel video risale a tempo dopo i fatti del 24 maggio 2014, cioè in un periodo in cui la guardia nazionale avrebbe potuto avere già a disposizione i mortai. Secondo: i servizi televisivi devono essere "verosimili" e quindi è usuale realizzarli costruendo una scena "rappresentativa". Può essere quindi che i giornalisti abbiano chiesto a un soldato in divisa di fare qualche passo accanto ai mortai per "rappresentare" uno scenario di combattimento, senza che questo significhi che quel soldato era strettamente a contatto con quelle armi.

Pm: «Accetto assoluzione solo se si ammette colpevolezza ucraina»

Ma da quale parte sono arrivati gli spari? Zanoncelli ha chiarito che farà ricorso contro un'eventuale assoluzione di Markiv solo se la sentenza non prenderà comunque atto che i colpi sono partiti dalla parte regolare ucraina, esercito o guardia nazionale o entrambi. «E' un insulto ai familiari di Rocchelli sostenere il contrario», ha affermato in uno dei pochi momenti di ricercata enfasi. Secondo il pm sarebbe assurda una ricostruzione che vorrebbe i separatisti colpevoli, perché secondo il racconto di Rougelon questi (più vicini al luogo nei loro avamposti, occupando anche una parte della fabbrica di ceramiche sulla strada) avrebbero invece di fatto lasciato passare il francese non appena egli si è identificato come giornalista (con le mani in alto e la fotocamera in mano per farla vedere meglio). In quel momento, secondo il suo racconto, i colpi sono cessati all'improvviso. 

Un dubbio sorge: se fosse vero, come sostiene il pm testualmente, che i giornalisti in zona «avevano stufato» gli ucraini, e che quindi gli ucraini avevano intenzione di colpirli, e se fosse vero che gli ucraini, a partire da Markiv, hanno colpito deliberatamente il gruppo di reporter, perché improvvisamente fermarsi quando uno di loro dichiara di essere tale? Ma per il pm è più significativo che Rougelon abbia potuto disporre, a quel punto, di un "passaggio sicuro" garantito dai separatisti per la fuga.

Zanoncelli ritiene che sia provato il ruolo di Markiv all'interno dell'organizzazione ucraina sulla collina: posizionato più in basso rispetto alle altre posizioni, aveva il compito di fornire l'esatta posizione del fuoco nemico ai membri dell'esercito, posti più in alto e con mortai a disposizione. Un ruolo "testimoniato" dai militari ucraini sentiti al processo, che hanno affermato di ricevere queste informazioni dai membri della guardia nazionale dislocati in collina.

Il 24 maggio 2014 Markiv avrebbe quindi individuato la vettura con i reporter e avrebbe segnalato la posizione per permettere di fare fuoco. Non il primo caso di giornalisti colpiti a Sloviansk, secondo il pm, anche se non mortalmente: pochi giorni prima, il 12 maggio, almeno un altro giornalista sarebbe stato colpito dall'esercito ucraino riuscendo a salvarsi.

Della Valle: «No prove certe, ancora dubbia la provenienza dei mortai»

Alla fine dell'udienza, il padre di Andrea Rocchelli ha brevemente dichiarato di aspettare la fine del processo e di «non cercare vendette». Il legale di Markiv, Raffaele Della Valle, ha sottolineato che lo stesso pm nella requisitoria ha «manifestato alcune perplessità» e ha spiegato che «mancano le prove, oltre ogni ragionevole dubbio, che Markiv abbia dato l'informazione da cui è partita la condotta aggressiva». Inoltre, la requisitoria ha - a suo dire - dei «vuoti».

«Si dà per scontato che gli ucraini volessero sparare ai giornalisti, che Markiv li abbia visti e riconosciuti, che aveva la volontà di ucciderli e che per questo ne ha dato notizia ai militari. Tutti elementi per i quali, a mio modo di vedere, mancano le prove certe. Secondo me, infine, è ancora dubbia la stessa provenienza dei mortai, di cui disponevano sia l'esercito ucraino sia i separatisti». La prossima udienza, con l'avvio delle requisitorie delle parti civili, è fissata per il 14 giugno. Il termine del processo, come detto, è previsto per il 12 luglio.

(foto: Nataliya Kudryk - Radio Svoboda)

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