Rocchelli, chiesto un milione di euro per la famiglia. Anche all'Ucraina

Al processo per la morte di Andrea Rocchelli e Andrej Mironov è stato il turno delle parti civili. Le diverse impostazioni di Pisapia e Ballerini

Vitaliy Markiv (foto Nataliya Kudryk). Nel riquadro, Andrea Rocchelli

Un milione di euro ai genitori di Andrea Rocchelli per la morte del fotoreporter, avvenuta in Ucraina a Sloviansk il 24 maggio 2014. E' il risarcimento quantificato dall'avvocato di parte civile che rappresenta la famiglia, Alessandra Ballerini, che ha chiesto anche 800 mila euro per la compagna di Andrea, «anche se - ha dichiarato la legale - la famiglia non ha mai voluto parlare di soldi, così come non ha mai parlato di punizione ma solo di verità». 

Quasi 2 milioni, dunque, che stando alla richiesta del legale dovrebbe pagare (in caso di condanna) l'imputato, il 29enne l'italo-ucraino Vitaliy Markiv, sergente della guardia nazionale ucraina a Sloviansk all'epoca dei fatti, in solido con lo Stato ucraino, il cui atteggiamento è stato giudicato «oltraggioso» da Ballerini. L'unico altro risarcimento quantificato è stato quello per CesuraLab, il collettivo fotografico di cui faceva parte anche Rocchelli: 15 mila euro. Non quantificato in aula, invece, il risarcimento per la sorella di Andrea Rocchelli e per la Federazione  della Stampa.

Il processo si avvia alle battute conclusive. La sentenza è prevista per il 12 luglio, mentre venerdì 14 giugno hanno parlato le parti civili e il 21 giugno e il 5 luglio sarà il turno del collegio difensivo, composto da Raffaele Della Valle e Donatella Rapetti. In precedenza il pm Andrea Zanoncelli aveva chiesto 17 anni di reclusione per omicidio volontario semplice (di Rocchelli e del suo interprete, il dissidente russo Andrej Mironov), "continuato" col tentato omicidio del giornalista francese William Rougelon, sopravvissuto. Le parti civili concordano, nella sostanza, con la ricostruzione del pubblico ministero. Ma le sfumature, come vedremo, sono diverse, anche in modo sostanziale.

Il ruolo dell'imputato e dei separatisti

Stando alla ricostruzione dell'accusa, accolta dai legali di parte civile, Markiv, a Sloviansk, era sergente della guardia nazionale ucraina (un corpo equiparabile ai carabinieri italiani). Avrebbe avuto il compito di segnalare le posizioni altrui ai suoi capi, i quali a loro volta le segnalavano all'esercito più in alto sulla collina di Karachun. L'esercito, a quel punto, sparava colpi di mortaio. E proprio una pioggia di mortai ha ucciso Rocchelli e Mironov (e ferito Rougelon), che si erano recati nei pressi della fabbrica di ceramiche italiana Zeus dove, da diversi giorni, gli ucraini erano impegnati in una operazione antiterrorismo (che continua tuttora, ma non più a Sloviansk) contro i separatisti filo-russi. Anch'essi, tra l'altro, dotati di mortai. 

Il ruolo di osservatore farebbe di Markiv un corresponsabile dell'eccidio, sebbene non avesse l'ultima parola su chi e quando colpire. E che avesse questo ruolo lo proverebbero le fotografie in cui il soldato è ritratto con ricetrasmittenti (di cui non tutti erano dotati), ma anche alcune dichiarazioni dei suoi capi militari: uno di questi, Bogdan Matkivsky, oggi deputato, sarà oggetto di rogatoria da parte del pm Zanoncelli per avviare una indagine su di lui.

Un tema importante è da dove provenissero gli spari. Pm e parti civili concordano che non potessero arrivare dalle postazioni filo-russe. Su questo gioca un ruolo significativo la testimonianza del sopravvissuto Rougelon, che ha dichiarato di essere scappato verso la parte opposta agli spari e di avere incontrato i separatisti, che dopo avergli chiesto chi fosse lo lasciarono passare. Per alcuni degli avvocati di parte civile, poi, i filo-russi non avrebbero avuto alcun interesse a sparare ai civili, e per di più giornalisti, perché «i giornalisti erano la loro unica voce». 

Pisapia: «Markiv detenuto da troppo tempo»

Giuliano Pisapia, che rappresenta la Federazione della Stampa (Fnsi) e l'Associazione Lombarda dei Giornalisti, non ha tradito la sua anima garantista nemmeno nel ruolo, a lui non abituale, di difensore di parte civile. Pur chiedendo la condanna dell'imputato ha avuto parole di grande rispetto nei suoi confronti. L'ex sindaco di Milano, neo eletto al Parlamento Europeo per il Pd, ha criticato una fotografia apparsa su un giornale con il ritratto di Markiv e la scritta "presunto assassino" ricordando con forza che nell'ordinamento vige la presunzione di non colpevolezza, e si è rallegrato che il processo sia durato meno di quanto da lui previsto: «E' un bene, anche perché l'imputato è detenuto da troppo tempo». Da due anni per l'esattezza, di cui il primo ad aspettare che il processo comincasse.

Tra gli argomenti a favore della colpevolezza di Markiv, per Pisapia c'è la sua «confessione stragiudiziale», come l'ha definita riferendosi al "pezzo" sul Corriere della Sera in cui, poche ore dopo la morte di Rocchelli e Mironov, il soldato italo-ucraino (conosciuto dai giornalisti italiani che parlavano con lui anche per la familiarità con la lingua) parlò di «suoi uomini» e affermò che «si spara a chiunque passi», anche perché, come Markiv avrebbe poi spiegato a processo, «chiunque avesse un telefonino poteva essere un terrorista che segnalava le posizioni». Questo, ha precisato Pisapia, «se crediamo ai giornalisti», ma il legale ha ammesso dubbi su un punto in particolare, l'uso della parola "comandante" riferita a Markiv, comparsa nel titolo del giornale. La giornalista in aula ha smentito di avere utilizzato quel termine, attribuendolo al titolista. Per Pisapia si può invece pensare che fosse stato "suggerito" dalla reporter per «rendere più appetibile la notizia». 

Pisapia non ha voluto utilizzare le intercettazioni di Markiv quand'era già in carcere. «In quella situazione spesso si tende a millantare, a ingigantire i fatti che si raccontano per farsi più importanti di quel che si è», ha spiegato l'ex sindaco. Le intercettazioni sono state invece utilizzate nell'arringa di Alessandra Ballerini, la legale di parte civile che rappresenta la famiglia Rocchelli, che ha scelto uno stile decisamente diverso per le sue conclusioni.

Ballerini: «Stato ucraino oltraggioso»

Ballerini si è soffermata sulla frase che Markiv ha detto a un suo compagno di cella: «Se vai nella fossa dei leoni, te la vai a cercare». E' ovviamente pericoloso fare i reporter in una zona di combattimento, ma è insito nel lavoro dei giornalisti e dei fotografi. «Se proprio qualcuno se l'è andata a cercare - ha commentato Ballerini - questo semmai è Markiv, che aveva la cittadinanza italiana e un lavoro in Italia, e si è recato prima a Maidan e poi a sparare». E poi ha attaccato l'imputato citando il presunto progetto di fuga dal carcere (anch'esso tratto dalle intercettazioni) e il fatto che abbia «mentito» e non abbia «aiutato a trovare la verità». In particolare, «avrebbe potuto dire: "Non ho sparato ma ho dato le coordinate"».

Ce n'è anche per lo Stato ucraino, il cui comportamento è stato definito da Ballerini «oltraggioso» per i ritardi con cui sono state condotte le indagini sulla morte di Rocchelli. «La famiglia ha avuto fiducia, ha nominato un avvocato soltanto nell'autunno del 2016. Ad una rogatoria è stato risposto dopo due anni e utilizzando un ucraino che è stato complicato tradurre». L'Ucraina era, poi, secondo Ballerini, un posto pericoloso per i giornalisti: l'avvocato ha citato un rapporto dell'Osce secondo cui i reporter avevano subìto centinaia di minacce o violenze da novembre 2013 a maggio 2014. Va però detto che in gran parte il rapporto si riferisce al periodo in cui era ancora in carica l'ex presidente Viktor Yanukovich (fino a fine febbraio 2014), caratterizzato dalle manifestazioni a Maidan e dalla repressione violenta da parte dei cecchini e della polizia Berkut (poi sciolta), e alla situazione nei territori "separatisti", non più controllati dal governo ucraino. 

Non è tutto. Ballerini ha citato una sentenza di Genova con cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato a un cittadino ucraino che aveva ricevuto la "cartolina" militare ma non voleva saperne di tornare in Patria. I giudici liguri hanno dichiarato che l'operazione antiterrorismo in Ucraina si sarebbe macchiata di «crimini di guerra» e che dunque il richiedente aveva il diritto di essere considerato rifugiato, perché per lui sarebbe stato l'unico modo per non commettere quei crimini. Come si vede, l'Ucraina è dipinta con tratti foschi, dove i cronisti sono perseguitati, vengono genericamente perpetrate azioni di guerra criminose, addirittura viene bombardato un ospedale psichiatrico (che però non era più tale al momento del bombardamento).  

Al contrario, il fronte separatista è descritto come benevolo verso i giornalisti («erano la loro unica voca»); i filo-russi accolgono Rougelon mentre scappa, organizzano il recupero dei corpi di Rocchelli e Mironov, parlano spesso con i giornalisti presenti a Sloviansk in quel periodo. Tuttavia diversi documenti alternativi riportano una vita quotidiana, in città, non facile per la presenza dei russi, che controllavano l'intero territorio tranne la collina di Karachun: scorribande di militari e miliziani ubriachi, coprifuoco alle otto di sera e via dicendo. 

«Rocchelli aveva passione, professionalità e coraggio»

«Andrea Rocchelli faceva questo mestiere con passione e con lentezza, perché tornava e tornava nei luoghi, parlava con le persone», ha affermato Ballerini durante la sua arringa, aggiungendo che si trovava a Sloviansk «per documentare che gli ucraini sparavano sui civili». «Chiediamo - ha concluso - una sentenza che restituisca alla famiglia la pace e che riconosca la passione, la professionalità, il coraggio di Rocchelli, mentre è insanabile la frattura» con lo Stato ucraino, che sarebbe stato reticente e avrebbe anche mentito in alcune occasioni. 

Pisapia, dal suo canto, ha concluso invece l'arringa con una citazione di Bertolt Brecht sul dubbio, aggiungendo che «non si deve lasciare nulla d'intentato per conoscere la verità». E di dubbi ne restano ancora in questo processo. Proverà a delinearli il collegio difensivo nelle prossime due udienze. Della Valle, dopo la requisitoria del pubblico ministero, aveva già dichiarato che, secondo lui, è ancora dubbia la stessa provenienza dei colpi di mortaio. Le parti civili e il pm escludono arrivassero dai separatisti sulla base della testimonianza del sopravvissuto Rougelon e di alcune email, anche dello stesso Rocchelli, secondo cui gli ucraini sparavano dalla collina. Sparavano però da entrambe le parti in quei giorni, a Sloviansk, vicino alla fabbrica di ceramiche e ai binari della ferrovia. E i separatisti non sapevano che Rougelon fosse un giornalista: gliel'hanno dovuto chiedere, poi sono cessati i colpi di mortaio. Nel fossato, intanto, insieme a Rocchelli era morto anche Mironov, dissidente sovietico e oppositore del regime russo. Non proprio un "amico" del fronte non toccato dalle indagini.

(foto: Nataliya Kudryk - Radio Svoboda)

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