Giallo sul sequestro lampo a Spinelli, ricostruzione della vicenda

Contorni ancora poco chiari sull'accaduto. Sei gli arresti effettuati dalle forze dell'ordine ma l'attività investigativa prosegue

Giuseppe Spinelli (Ansa)

Il sequestro lampo al ragioniere di Silvio Berlusconi si sta rivelando come qualcosa di molto complesso. Dopo i sei arresti eseguiti, i contorni della vicenda, emersa solo un mese dopo l'accaduto, sono ancora offuscati.

Le dinamiche del sequestro, secondo gli investigatori della Squadra mobile di Milano, sono state ricostruite grazie alle dichiarazioni delle vittime: Giuseppe Spinelli, tesoriere che già il 3 ottobre aveva denunciato ai carabinieri di Bresso la presenza di loschi individui intorno alla sua abitazione, e sua moglie.

Il 15 ottobre alle ore 22 circa, mentre rincasava nella sua abitazione a Bresso, Spinelli è stato bloccato da due malviventi poco prima che sua moglie aprisse la porta. I due erano armati con pistole e con particolare irruenza hanno costretto l'uomo e la donna ad entrare in casa e a sedersi sul divano. Intorno alle 2 di notte i due aggressori sono stati raggiunti da un terzo individuo, Francesco Leone, materialmente la mente dell'operazione, individuato anche grazie alla sua passione per il Milan.

La donna e l'uomo non sono stati maltrattati in alcun modo, ai due, secondo quanto dichiarato dalla donna, è stato permesso di pregare il rosario durante il sequestro.

I sequestratori, che avevano probabilmente uno dei complici fuori, pretendevano 35 milioni di euro in cambio di alcuni documenti che, a detta loro, potevano ribaltare il processo sul lodo Mondadori nel quale è implicato Berlusconi. Di tali documenti - sempre secondo gli investigatori - pare che lo stesso Spinelli abbia preso visione in quelle ore convulse. 

Il sequestro è durato fino alle 9 del mattino successivo (16 ottobre) perché solo in quel momento il tesoriere è riuscito a mettersi in contatto telefonico con l'ex primo ministro. Dopo quella chiamata i tre malviventi hanno liberato, senza maggiori pretese, le due vittime. 

A quel punto prima di segnalare il fatto alle autorità competenti - secondo gli investigatori - il tesoriere è stato allontanato dalla sua abitazione dalla scorta dell'ex premier. E solo dopo 24 ore, il 17 ottobre, è stata effettuata la segnalazione alla polizia. Mentre la denuncia effettiva è stata firmata il 18 ottobre.

Nel frattempo i rapinatori si sono fatti risentire con una chiamata presso il numero fisso dell'abitazione di Bresso lo stesso pomeriggio del sequestro. La chiamata, secondo le ricostruzioni, è partita da una cabina telefonica in provincia di Varese. Poi i contatti con i sequestratori si interrompono, come disinteressati della vicenda. Si registrano solo alcuni tentativi di chiamata a casa del ragioniere, ma tutti finiti a vuoto.

A infittire la, già complicata, vicenda le dichiarazioni di Niccolo Ghedini a margine del processo Ruby secondo il quale il tesoriere quella mattina in una telefonata fatta mentre era con i malviventi parlò anche di "filmati su Fini"

Rimangono alcune domande.  I documenti esistono davvero? Di che materiale si tratta e perché la denuncia è stata fatta con così tanto ritardo? Per quale ragione nell'ordinanza di custodia cautelare il gip scrive che "lo spostamento di denaro - ipotizza il pm - da una cassetta di sicurezza di uno degli arrestati in una banca svizzera possa trattarsi di una parte del riscatto che potrebbe essere stato pagato in un momento successivo al rilascio degli ostaggi ma non monitorato"? C'è stato il pagamento?

L'attività investigativa, come ha dichiarato il capo della mobile di Milano, sta proseguendo in queste ore. Quel che è certo è che la procura sta indagando a 360 gradi.

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