Arrestata banda di truffatori: proponevano abbonamenti a riviste delle forze dell'ordine

Ecco come agiva l'organizzazione tra telefonisti, prestanome e collaboratori

Le riviste sequestrate dalla finanza

Avvocati, marescialli dei carabinieri, comandanti della Guardia di Finanza e addirittura giudici. Vestivano panni sempre diversi e, talvolta, cambiando la voce per fingersi persone differenti nel corso della stessa telefonata, riuscivano a far credere alle vittime di essere realmente chi non erano. È stato così che, semplicemente con un telefono, un'associazione composta da circa 18 persone ha messo in piedi una redditizia attività di truffe su cui, a partire dal 2015, hanno iniziato a indagare i militari della Guardia di Finanza del Gruppo di Ivrea e poi di Monza.

L'indagine, denominata "Safe Magazine", si è conclusa con diciotto ordinanze di custodia cautelare in carcere (otto persone) e ai domiciliari (dieci soggetti) emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari di Monza, nei confronti di 18 persone – residenti tra Brugherio, Macherio, Cologno Monzese e Vimodrone – indagate per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, riciclaggio, autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di valori.

Le intercettazioni dei malviventi

Attraverso telefonate a vecchi abbonati a riviste che solo in apparenza erano riconducibili alle forze dell'ordine, i membri riuscivano a estorcere alle vittime denaro per il pagamento di presunti e inesistenti arretrati relativi a numeri non saldati. Per convincere i malcapitati a pagare le somme richieste, per cui proponeva anche uno "sconto" se il saldo avveniva subito, i truffatori paventavano pericoli immaginari nel caso in cui i presunti arretrati non fossero stati pagati, tra cui pignoramento di beni e blocco dei contocorrenti.

Le indagini

Gli accertameni della Guardia di Finanza che hanno portato alla luce un'organizzazione criminale articolata e "redditizia" sono iniziate in Piemonte quando, nel novembre 2015, è stata presentata presso il Gruppo delle Fiamme Gialle di Ivrea da un sessantasettenne una denuncia. L'uomo era stato indotto, attraverso numerose e pressanti telefonate ricevute da un sedicente avvocato, a pagare con bonifici circa 8.000 euro per saldare dei presunti debiti – in realtà inesistenti – relativi ad abbonamenti a riviste. Le prime indagini hanno consentito di indivduare le basi operative dei truffatori già da tempo attive a Brugherio e a Cologno Monzese e il fascicolo, per competenza territoriale, è stato trasferito in Brianza.

La base operativa tra Brugherio e Cologno Monzese

Da un ufficio a Cologno Monzese e poi dall'abitazione di una delle "teste" dell'organizzazione e infine da Brugherio, dalla casa di un altro dei telefonisti, ogni giorno partivano decine e decine di telefonate alle possibili vittime. A occuparsi di agganciare i malcapitati erano due uomini, tra i 30 e i 40 anni, residenti appunto nel comune milanese e nella cittadina brianzola. Ogni giorno, grazie a una lista di ex abbonati alle riviste procurata in maniera illecita da dipendenti di imprese operanti nel settore dell’editoria e della distribuzione di riviste, i telefonisti fingendosi rappresentanti delle forze dell'ordine, funzionari dell'Agenzia delle Entrate o giudici facevano trenta o addirittura cinquanta telefonate. Alcune delle quali andavano purtroppo a buon fine. In totale nel corso dell'indagine sono stati documentati circa trenta episodi di truffa ricostruiti attraverso le intercettazioni telefoniche e i riscontri telefonici per un giro d'affari illecito di circa due milioni di euro nel corso di un paio d'anni.

L'organizzazione criminale

Oltre ai due telefonisti che erano i due esponenti di spicco dell'associazione che sapevano reinventarsi ogni giorno e all'occorrenza riuscivano a fornire alle vittime delle rassicurazioni circa la veridicità delle richieste facendo intervenire un complice per vestire i panni di giudici o ufficiali giudiziari, l'organizzazione contava su una decina di prestanome e sette collaboratori vari. I prestanome, per cifre irrisorie (circa 50 euro a prelievo), si occupavano di riciclare il denaro, accendendo conti correnti, alcuni dei quali in Slovenia, oppure carte poste pay i cui dati poi venivano forniti alle vittime per effettuare i pagamenti. Le cifre richieste variavano a seconda di chi i truffatori si trovavano dall'altro capo della cornetta: le richieste andavano dai mille ai duemila euro fino a 17mila euro e 150mila euro versati in un anno, come nel caso di una pensionata milanese ultraottantenne caduta nella "rete" della truffa. Insieme ai collaboratori (circa sette persone) i prestanome si occupavano di effettuare fisicamente il ritiro del denaro presso gli sportelli bancari e postali e di rimetterei contanti prelevati nella disponibilità delle figure al vertice dell'organizzazione. 

Gli arresti 

Le persone arrestate sono quasi tutte residenti tra Milano e la Brianza. I comuni brianzoli interessati dall'indagine sono Macherio, dove risiede uno degli arrestati, e Brugherio, comune in cui aveva sede la base operativa dell'associazione. Nel milanese invece gli arresti sono avvenuti a Cologno Monzese e Vimodrone. A due dei promotori del sistema criminale è stato, inoltre, contestato il reato di autoriciclaggio per aver utilizzato una parte del profitto derivante dall’attività truffaldina (225.000 euro) per acquistare un immobile intestato ad una società dagli stessi amministrata.

Riuscire a individuare tutti i componenti dell'organizzazione non è stato semplice dal momento che il contatto era unicamente telefonico e che le utenze erano intestate a persone fittizie con nomi inesistenti e stranieri: i finanzieri monzesi hanno fatto ricorso intercettazioni telefoniche ed ambientali, servizi di osservazione e pedinamento e indagini finanziarie. A illustrare i dettagli dell'indagine sono stati il Procuratore di Monza, Luisa Zanetti, il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Milano Paolo Kalenda, il comandante del Gruppo della Guardia di Finanza di Mnza, Massimo Gallo e in rappresentanza delle Fiamme Gialle del Gruppo di Ivrea era presente la Dottoressa Giada Patriarca. 

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