A due passi dalla Milano del Quadrilatero della Moda, una famiglia è costretta a vivere in auto

Sono in quattro e da oltre un anno, 22 settembre 2011, sopravvivono dentro una Primera

Mario Malito davanti a Palazzo Marino

Lo sconosciuto Mario Malito, lontanissimo parente della stella interista Diego Milito, dopo una mattinata di protesta davanti a Palazzo Marino se ne è tornato a mani vuote a casa, la Nissan posteggiata in zona Lambrate. Come semplifica bene il cartello che si è appeso al collo: “Sfrattato e costretto a vivere in auto”, l’uomo chiede l’assegnazione di un alloggio popolare per la sua famiglia.

Dentro il Palazzo non c’è spazio per Malito, arrivato a Milano da Paola, provincia di Cosenza. Quest’uomo calabrese di 59 anni, moglie e due figli adulti, tutti disoccupati, fa la voce grossa con chi in piazza gli chiede come mai non decide di ritornare nella sua terra.

«Milano ormai è la mia casa – risponde con un impeto di orgoglio e rabbia – da quasi 9 anni abito qui. Perché me ne devo andare per ottenere i miei diritti? Non lo capisco. Poi, io non ho casa giù. Devo andare da mia mamma? A dormire da lei, a 60 anni, e con la mia famiglia?». E chiosa con autentica fierezza: «Io vivo a Milano punto». Parole cariche di rammarico che descrivono la delusione di chi, dopo una vita di sacrifici e lavoro, si ritrova oggi senza un presente, né un futuro.

Come fecero verso l’Argentina un secolo fa molti suoi progenitori, tra i quali – dice – anche il nonno di Milito, che ereditò il cognome da un errore all’anagrafe, Malito nel 2004 immigra al Nord. Fa parte delle migliaia di persone arrivate nella gran Milan, la capitale economica, in cerca di un destino migliore ma che con l’avvio della recessione hanno visto polverizzate le proprie speranze.

L’uomo, operaio edile, invalido a causa di un incidente sul lavoro, conserva ancora nel portafoglio diversi assegni di pagamento scoperti, che non ha mai potuto scambiare, dopo la dichiarazione di bancarotta della ditta dove lavorava. La crisi del settore delle costruzioni, poi, ha fatto il resto. Vittima della disoccupazione ma anche della burocrazia elefantiaca. Perché Malito, sfrattato dal 22 settembre 2011, oltre un anno fa, la domanda per ottenere la casa popolare l’aveva inoltrata per la prima volta nel 2009. Doveva ricevere l’alloggio a gennaio ma è stato retrocesso nella graduatoria di assegnazione.

Una situazione confermata anche dalla consigliera comunale del Partito democratico, Maria Carmela Rozza, che in passato ha seguito la vicenda della famiglia paolana oggi costretta in una grigia Primera del ’92.

«Il signor Malito – racconta – ha ricevuto la bocciatura per la domanda di emergenza». Quando si viene sfrattati, specialmente se per morosità, infatti, l’alloggio popolare si richiede per emergenza. A quel punto gli uffici controllano e, sulla base di alcuni parametri, valutano. «Questi uffici dell’assegnazione alloggi – spiega – hanno riqualificato la posizione del signor Malito in graduatoria, in quanto ha lavorato 4 mesi nel 2010. Quindi è passato da una condizione di disoccupato ad una di persona occupata. Una logica demenziale. E questo naturalmente ha comportato la perdita di molte posizioni. Una situazione paradossale, considerando che esistono famiglie che decidono di non pagare l’affitto per ottenere lo sfratto e così salire in graduatoria, mentre c’è chi come il signor Malito non è più realmente nelle condizioni di pagare».

«C’è un problema più ampio – aggiunge – ed è quello legato alla ristrutturazione degli alloggi da parte dell’Azienda lombarda edilizia residenziale (Aler), che lo fa per conto del Comune. Questo bel carrozzone dell’Aler continua a sostenere da tempo che gli alloggi per le famiglie con più di 4 persone non sono pronti. Nel frattempo ci sono oltre trenta famiglie che attendono».

Adesso, dopo il respingimento del ricorso amministrativo per via diretta, non rimane che quello al Tar, unica speranza per ridare un flebile alito al sogno milanese del Signor Malito e della sua famiglia.

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