Fabbrica del Vapore: il comune vuole sfrattare le associazioni e i laboratori

Realtà d'eccellenza in campo culturale con il vantaggio della sinergia e della contaminazione di competenze: tutto sembra improvvisamente dover finire, con un mese di preavviso, il 28 febbraio

Un laboratorio da Careof (Fabbrica del Vapore)

Potreste immaginare che il comune di Milano dedichi una personale a Palazzo Reale ad una realtà culturale di eccellenza ma, allo stesso tempo, la "sfratti" dalla sua sede storica ritenendo che non serva più? E' esattamente quanto sta avvenendo alla Fabbrica del Vapore, realtà incompiuta dell'offerta di cultura nella metropoli che vuol assomigliare a New York come realtà globale, ma non riesce a valorizzare nemmeno ciò che è stato faticosamente costruito in dieci anni e più; e, ad un certo punto, all'improvviso, sceglie di ripartire da zero, rischiando di buttare via una serie di esperienze che si sono sedimentate fino a diventare un fiore all'occhiello di Milano.

Palazzo Marino intende dare la Fabbrica del Vapore alla Fondazione Milano, che gestisce le scuole civiche del comune: teatro, cinema, lingue e musica. L'idea è farne un luogo per le "arti performative", il che significa che non ci sarà spazio per chi fa altro. Il problema è che l'assessorato competente (quello allo sport e tempo libero, di Chiara Bisconti) ha comunicato alle associazioni e ai laboratori che operano nello spazio di via Procaccini (con regolare affitto) che la loro convenzione scadrà il 28 febbraio 2016 e non verrà rinnovata. Un mese di tempo per riorganizzarsi, liberare i locali ma, soprattutto, disperdere per sempre un patrimonio che non è una somma di esperienze di tipo diverso, ma qualcosa di più.

L'idea iniziale della Fabbrica, infatti, era quella di creare una contaminazione tra attività culturali, divulgative ma anche artigiane mettendole insieme nello stesso luogo fisico, al fine di costruire una esperienza unica. E non sono stati dieci anni sprecati: la gran parte di chi aveva vinto il bando è ancora in Fabbrica, dà lavoro a persone, produce reddito (dimostrando, senz'ombra di dubbio, che "con la cultura si mangia"), ottiene successi e riconoscimenti. Perché, allora, buttare via tutto questo?

Entrare nella Fabbrica del Vapore significa attraversare uno spazio fisico che in gran parte è abbandonato a sé stesso. Occupa una superficie totale di 30 mila metri quadri, di cui la metà calpestabili, di cui appena 5 mila realmente occupati. Già questo rende l'idea di come si tratti di qualcosa di incompiuto. E ci si chiede anche: perché non possono convivere le "arti performative" della Fondazione Milano con quello che già esiste?

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Confondere queste realtà con una generica idea di "start up" che possono essere disperse è sbagliato. Semplicemente perché non si tratta di "start up", ma di competenze e qualità acquisite nel tempo, che dovrebbero essere un punto d'orgoglio. Come "Oneoff", che produce plastici architettonici combinando nuove tecnologie (tra cui la stampa 3d) con il lavoro artigianale, e ha grandi studi di architettura tra i suoi clienti, ma organizza anche workshop e mostre e offre dieci tirocini all'anno. Oppure "Studio Azzurro", che da trent'anni realizza arte multimediale e vanta committenze dalle aziende private ai nuovi musei virtuali: si tratta di quella realtà che avrà presto una personale a Palazzo Reale.("Immagini sensibili", dal 6 aprile al 4 settembre). O ancora, "Macchinazioni Teatrali", che produce spettacoli teatrali ma anche installazioni e video-ambienti sfruttando le nuove tecnologie. O anche "Careof", che ospita mostre di artisti contemporanei (gestisce anche le residenze risevate ad artisti e studenti da tutto il mondo) e possiede un importante archivio di arti visive, che è anche biblioteca aperta al pubblico con oltre 20 mila volumi.

E l'elenco potrebbe proseguire. A questo punto ci si potrebbe chiedere perché queste realtà non possono, semplicemente, "abbandonare" la Fabbrica e andarsene chi da una parte, chi dall'altra. Il motivo è presto detto: l'idea della Fabbrica, della condivisione e contaminazione di esperienze, di sinergia, di "distretto", si perderebbe completamente. «E' invece questo il punto di forza e l'originalità di questo luogo, ancora troppo poco conosciuto a Milano se non per eventi che però sono estemporanei e non hanno attinenza con lo scopo per cui era stato creato», spiega Costanza Calvetti di "Oneoff". Se il comune finora non è obiettivamente riuscito a valorizzarlo al meglio, non per questo andrebbe dispersa l'energia che si percepisce quando ci si addentra nelle sale-laboratorio (alcune di queste completamente nuove, mai occupate) e si parla con chi - nonostante tutto - tiene viva la Fabbrica, trasmettendo passione per attività che non sono affatto marginali, o non dovrebbero esserlo, in quella che è la capitale italiana della cultura, della moda, del design, dell'architettura, ma anche della musica e del teatro.

«Le nuove realtà di Fondazione Milano potrebbero tranquillamente convivere con noi», afferma Leonardo Sangiorgi di "Studio Azzurro". Già, con 10 mila metri quadri liberi si potrebbe senz'altro fare. Perché allora non si fa?

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