Milano, Airbnb e il problema della casa. Maran: «Troppi alloggi affittati ai turisti»

L'assessore milanese all'urbanistica su Facebook: «Alcuni di questi alloggi potrebbero essere affittati a studenti e lavoratori»

Foto Andrea Cherchi

Il fenomeno di Airbnb, esploso negli ultimi anni anche a Milano, potrebbe essere corresponsabile del caro affitti (ad esempio per gli alloggi destinati agli studenti) e anche della scarsità di appartamenti sul mercato "libero". Un tema di cui si dibatte da qualche anno in tutta Europa. E che ora viene proposto a Milano dall'assessore all'urbanistica Pierfrancesco Maran, che la domanda se la pone esplicitamente: «Ci possiamo ancora permettere Airbnb?», scrive su Facebook annunciando un convegno sull'argomento, che si terrà martedì 18 febbraio: "Il caso casa. Come cambierà per i giovani abitare a Milano tra studentati, edilizia negli scali ferroviari e caro-affitti". Convegno che sarà ospitato all'Ostello Bello Grande, cioè in una struttura ricettiva concorrente di Airbnb.

Il ragionamento: le case disponibili (in una città, come Milano, che è cresciuta di 15 mila abitanti all'anno negli ultimi dieci) sono troppo poche rispetto alla richiesta di alloggi in affitto, sia per i "nuovi residenti" sia per lavoratori e studenti fuori sede. Allo stesso tempo, più di 10 mila alloggi sono ora affittati con Airbnb ai turisti. «C'è da chiedersi se possiamo ancora permetterci questi alloggi in affitto ai turisti, a prezzi molto alti, che invece potrebbero venire affittati a studenti e lavoratori», commenta Maran riconoscendo che «si scontrano il diritto alla proprietà, e quindi il massimo vantaggio per il proprietario che ha investito, e quello alla casa a prezzi ragionevoli».

Secondo l'assessore, occorre «studiare formule» per «riportare queste case verso i lavoratori anziché la rendita immobiliare». Un modo potrebbe essere quello di «distinguere tra chi affitta una stanza di casa sua e chi un immobile a reddito». Cioè tra chi "arrotonda", verrebbe da dire, e chi invece ci guadagna, magari anche parecchio.

Airbnb: tassa di soggiorno e mercato di nicchia

Non è la prima volta che sul "sistema Airbnb", non certo per responsabilità dell'azienda che lo ha lanciato ma per i (veri o presunti) effetti sul mercato degli alloggi in affitto e delle strutture ricettive, viene in qualche modo puntato l'indice. E' noto che, ormai da tempo, anche chi alloggia in appartamenti messi in affitto attraverso Airbnb deve pagare la tassa di soggiorno se prevista dal Comune. Alle casse di Palazzo Marino la tassa di soggiorno di chi alloggia in appartamenti frutta 1 milione di euro ogni due mesi. Dati del 2018. Non briciole. Per un termine di paragone, l'intera tassa di soggiorno (compresa quella attraverso Airbnb) frutta, alla città di Milano, dai 3 agli oltre 4 milioni di euro al mese, a seconda dei mesi.

Ogni anno, a Milano, diversi milioni di turisti visitano la città. Nel 2017 sono stati circa 9 milioni, secondo i dati diffusi all'epoca; di questi, circa 600 mila hanno scelto una abitazione privata. Tanti, in crescita (l'anno precedente 450 mila) ma come si vede ancora una netta minoranza rispetto ai turisti complessivi. C'è il boom (certificato anche dal numero di alloggi per affitti brevi: 8 mila nel 2015, 16 mila nel 2017) ma riguarda una nicchia di mercato ancora piccola. E la media del ricavo per chi affitta con Airbnb un appartamento è di 5 mila euro lordi, per 35 giorni all'anno (sempre medi) di occupazione.

I provvedimenti "contro" Airbnb

35 giorni all'anno di occupazione non sono esattamente un risultato "professionale". Maran dichiara di voler distinguere tra chi affitta una stanza e chi un immobile, ma parrebbe più opportuno distinguere tra chi, proprietario di svariati appartamenti, ha intrapreso una sostanziale attività professionale e chi, invece, non ne fa la sua professione, che sia proprietario di una stanza o di un intero alloggio, ma si accontenta di arrotondare il suo reddito principale.

La media di 5 mila euro lordi all'anno, poi, pare smentire coloro che pensano che gli affitti brevi siano un business così proficuo. Tra l'altro non viene considerata la cura assoluta che va posta all'appartamento (o alla stanza): pulizia e ordine impeccabili, come minimo. E poi, dalla Regione, l'introduzione nel 2016 di norme restrittive che vanno a contare quanti litri è capiente il frigorifero o a verificare se c'è uno specchio in camera da letto e se il turista trova brochure cartacee in italiano e in inglese sulla città. Ma non bastava: e così sempre la Regione ha deciso d'introdurre un numero identificativo obbligatorio per ogni appartamento affittato su Airbnb. Un cavillo burocratico che un consigliere leghista annunciava scrivendo un comunicato stampa insieme al leader d'una associazione di albergatori. Un cavillo burocratico su cui il Tar ha avuto un bel daffare.

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Gli appartamenti che restano vuoti

Certamente gli oltre 100 mila fuori sede (tra studenti e lavoratori) hanno "fame" di alloggi in locazione 4+4, che però andavano via come il pane anche quindici anni fa, quando Airbnb nemmeno esisteva. Milano in realtà ha un certo numero di appartamenti vuoti, che in parte i proprietari hanno deciso di convertire ad affitti brevi perché non si sentivano abbastanza tranquilli con le regole sulla locazione 4+4, ma quello che c'è da chiersi non è, forse, tanto se "possiamo permetterci" 10-15 mila appartamenti in affitto con Airbnb, molti dei quali tra l'altro sono in pieno centro e non sarebbero comunque accessibili a un "normale" studente fuori sede, quanto piuttosto quali politiche (non) sono state attuate per recuperare al mercato quegli appartamenti che restano, anche oggi, inesorabilmente vuoti.

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