Lavoro, lo smart working è arrivato per restare: "Ma deve essere regolamentato"

Indagine Cgil-Fondazione Di Vittorio: l’82% dei lavoratori ha iniziato a lavorare da casa con l’emergenza Covid19 ma senza adeguata preparazione, con evidenti differenze di genere

Repertorio

Lo smart working sta prendendo piede, alcune aziende sono intenzionate a farlo diventare strutturale, non legato a situazioni emergenziali. Più che di smart working possiamo parlare di home working. L’82% delle lavoratrici e dei lavoratori ha iniziato a lavorare da casa con l’emergenza Covid19, e la stragrande maggioranza è “precipitata” nel lavoro smart senza alcuna riflessione su organizzazione del lavoro e degli spazi e senza adeguata preparazione, con evidenti differenze di genere. È quanto emerge dall’indagine promossa dall’ufficio politiche di genere della Cgil in collaborazione con la Fondazione Di Vittorio presentata dal segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, e dalla responsabile Politiche di genere della Confederazione Susanna Camusso. Ma che cosa ci riserverà il futuro? 

Le caratteristiche del lavoro da casa

Dalle 6170 persone alle quali è stato somministrato il questionario online emerge, infatti, che abbiamo assistito ad un “semplice trasferimento a casa dell’attività svolta fino a qualche giorno prima in ufficio”. Quello sperimentato durante l’emergenza non è quindi smart working (ex legge n.81/2017), né telelavoro. Il 45% dei casi ha dichiarato che il lavoro non è cambiato, è cambiato parzialmente per il 32%, e solo totalmente per il 23%. Dai numerosi dati, contenuti nella ricerca, si rileva inoltre che nel lavorare da casa si presta poca o nessuna attenzione al diritto alla disconnessione (56%). Gli spazi sono stati ricavati (50%), oppure si assiste a un nomadismo casalingo (19%). Evidenti le disparità di genere: lo smart working è per le donne più pesante, complicato (+8% rispetto agli uomini), alienante e stressante ( +9%), mentre per gli uomini è più stimolante e soddisfacente, ed è maggiormente assimilabile al lavoro tradizionale.

Da 500mila a 8 milioni di smartworkers

Il 60% dei lavoratori vuole proseguire l'esperienza di smart working anche dopo la fase di emergenza legata al Coronavirus. Il 22% preferisce, invece, interrompere questa modalità di lavoro. Il 18% è indeciso. Le donne sono meno convinte, gli uomini più propensi. Per le donne, infatti, lo smart working è più pesante, alienante, stressante e porta ad un aumento dei carichi familiari. Prima dell'emergenza Covid, in Italia, lavoravano da remoto circa 500mila persone. In queste settimane di lockdown si stimano siano state più di 8 milioni. Quello sperimentato durante l'emergenza - ha ricordato la Cgil - non è lo Smart working ex Legge n.81/2017, una modalità di lavoro senza vincoli spazio temporali ma organizzata per fasi, cicli e obiettivi, né Telelavoro, più rigido soprattutto su luoghi della prestazione e orari, ma nella maggior parte dei casi il mero trasferimento a casa dell'attività svolta fino a qualche giorno prima in ufficio. Si tratta, in pratica, di un home working.

I sindacati

Sul tema delle differenze di genere è poi intervenuta Susanna Camusso: “Lo smart working non può essere una forma di conciliazione. Le donne sono più penalizzate e discriminate, sia sul fronte relazionale che su quello prettamente professionale”. Per la responsabile Politiche di genere “servono regole per renderlo un lavoro effettivamente smart e non una trasposizione di un lavoro fordista dentro le mura di casa”.

Maurizio Landini sostiene che “dopo questa esperienza dobbiamo porci il problema di fare in modo che nei nuovi contratti collettivi e aziendali ci siano elementi che permettano di affrontare i bisogni di chi lavora in smart working, e quindi discutere di temi come il diritto alla disconnessione e alla formazione”. Infine, ha concluso Landini “lo smart working per essere un’esperienza positiva e soddisfacente per le lavoratrici e i lavoratori va organizzato e contrattato con le organizzazioni sindacali”.  Bisogna "fare in modo che tutte le modalità di lavoro siano oggetto di una discussione molto precisa". Lo smart working va "regolamentato" e "bisogna evitare che diventi una modalità permanente" ha detto il leader della Cgil. "Nei contratti nazionali, pubblici e privati, che stiamo rinnovando dobbiamo essere in grado - ha spiegato - di definire elementi, come processi di formazione e diritto alla disconnessione". Spesso, l'home working si è trasformato in "una somma di lavori che hanno pesato ancor di più sulle donne", ha aggiunto.

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Fatto sta che lo smart working è diventato in brevissimo tempo da fenomeno di nicchia a fenomeno di massa (ancorché legato alla situazione contingente). La legge prevede la regolamentazione del lavoro agile con accordo individuale, ma spesso i sindacati vengono coinvolti per una disciplina d’insieme. In futuro lo smartworking sarà sempre più uno strumento inevitabile di contrattazione aziendale. Le direzioni del personale e i responsabili organizzativi potrebbero cogliere questo momento storico per ripensare in toto le politiche di gestione delle risorse. E i sindacati impareranno a contrattare con l’azienda un’equa ripartizione dei benefici anche perché, in realtà, lavorando a casa si mettono a disposizione gratuita delle imprese spazi privati, e consumi di luce e quant’altro. Lo smart working, secondo molti esperti, è arrivato per restare.

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