Il no alle Coop, il sogno di una famiglia unita: il testamento “segreto” di Bernardo Caprotti

La divisione dell'azienda e del patrimonio è nota. Ma c'è qualche "segreto" nel testamento

Bernardo Caprotti con la moglie Giuliana e la figlia Marina (foto Ansa)

Una decisione netta, quasi un ordine. Una speranza, un sogno. E la voglia di continuare a guidare l’azienda anche quando, come adesso, non ci sarà più. Nel testamento di Bernardo Caprotti - oltre alla divisione di quote, immobili e soldi - ci sono alcuni “segreti” che il patron storico di Esselunga morto venerdì scorso a novanta anni ha lasciato come ultime volontà. 

La prima che balza all’occhio - sottolinea Repubblica, che ha letto i documenti - è l’indicazione di non vendere mai Esselunga alle Coop. Il nuovo Cda dell’azienda ha già di fatto bloccato le trattative per la cessione del gruppo, ma mister Esselunga sa che prima o poi le offerte arriveranno di nuovo. E allora, con la lungimiranza che lo ha sempre contraddistinto, ha deciso di mettere dei paletti. 

"Attenzione - si legge nel testamento -, la società è privata, italiana, soggetta ad attacchi. Può diventare una Coop. Questo non deve succedere". E se proprio sarà necessario vendere, Caprotti sceglie: "Ahold sarebbe ideale. Mercadona no".

Mister Esselunga ha lasciato poi due quadri alla segretaria Germana Chiodi, "signora a cui voglio esprimere la mia immensa gratitudine per lo straordinario aiuto prestato". Nulla, invece, alla galleria di Arte Moderna di Milano, le cui donazioni sono state cancellate dopo che Caprotti ha avuto "un'esperienza molto negativa" con la Pinacoteca Ambrosiana a cui aveva regalato un "dipinto di scuola leonardesca". Al Louvre l'imprenditore ha poi donato un quadro di Maneta, con "l'onere che venga esposto accanto al Tiziano originale". 

Nello stesso testamento, l’imprenditore fa riferimento anche alle tante liti familiari che hanno costellato la sua vita e la sua carriera. Esselunga, per sua scelta, sarà guidata dalla moglie Giuliana e dalla figlia Marina, con i figli del primo matrimonio, Giuseppe e Violetta, che avranno la minoranza stabilita dalla legge. E Caprotti spera che questa sua decisione, “sofferta” dice, metta fine alle lotte dinastiche. 

"Dopo tante incomprensioni e tante, troppe amarezze - c’è scritto nel documento - ho preso una decisione di fondo per il bene di tutti, in primis le decine di migliaia di persone i cui destini dipendono da noi. Famiglia non ci sarà - l’ammissione amara di Caprotti -. Ma almeno non ci saranno lotte. O saranno inutili, le aziende non saranno dilaniate".  L’auspicio è che non si verifichino ”ulteriori contrasti e pretese”, consentendo a tutti "di vivere in pace nei propri ambiti".

La parte finale, poi, è un monito a tutti. “Possedere” Esselunga - ammette Caprotti - è “difficilissimo, questo Paese cattolico non tollera il successo". E i concorrenti sono pronti a sferrare l’attacco. Purché non sia una Coop. 

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