'Cristo fra i briganti': lo spettacolo

La pièce Cristo fra i briganti è una rivisitazione della figura del brigante e dell’Unità d’Italia allo scopo di fare affiorare brandelli di verità su un periodo importante, ma anche oscuro e contraddittorio della nostra storia.
Non vi sono dati certi né sul numero dei briganti uccisi né sulle vittime totali che la nostra Unità costò alle popolazioni meridionali e al Regio Esercito. Troppe le omertà e le zone d’ombra, nonostante siano passati più di 150 anni dallo sbarco di Garibaldi. Ancora oggi molte fonti storiche perpetuano in un antimeridionalismo che non avrebbe ragione di esistere e che in nessun modo si è attenuato.
Cifre, che dal mio punto di vista possono essere ritenute attendibili, parlano di più di sessantamila briganti e manutengoli uccisi in scontri a fuoco o giustiziati dopo processi sommari, mentre il numero di morti totali di questa lunga guerra civile, come l’ha definita Antonio Gramsci, sembra raggiunga la cifra di diverse centinaia di migliaia. Qualcuno parla di 220.000 altri di più di 400.000. Probabilmente in medio stat virtus. Ad ogni buon modo la cifra fu alta, molto alta e le ferite restano.


Roobin Hood, pur avendo commesso, probabilmente, gli stessi crimini dei briganti meridionali, è arrivato fino a noi, grazie alla forza del racconto orale e delle ballate, come il nobile fuorilegge che ruba ai ricchi per dare ai poveri. E il Passatore, al secolo Stefano Pelloni, il crudele brigante romagnolo, è conosciuto, grazie alla penna di Giovanni Pascoli, come “il passatore cortese, re della strada e re della foresta”. Il brigante meridionale, al contrario, è stato descritto sempre come rozzo, incolto, violento, brutale e sanguinario, che ruba per arricchirsi o arricchire i membri della banda, che non ha ideali di vita né tensioni civili e politiche, ed è inviso tanto ai ricchi quanto ai poveri. Lombroso si spinse addirittura oltre sostenendo che brigante si nasce e che la violenza e la brutalità sono parte integrante del patrimonio genetico del brigante meridionale, e di quello calabrese in particolare.
Se gli storici e gli scrittori pro-Risorgimento hanno sempre esasperato il tratto violento e brutale del brigante e delle popolazioni meridionali per fini comprensibili, gli scrittori e gli storici pro-governo borbonico, al contrario, nel tentativo di denigrare l'esercito piemontese, hanno spesso esaltato le imprese dei briganti, senza distinzione fra episodi di vera ribellione politica ed episodi di pura violenza.
Il brigante meridionale corrisponde a tre tipologie precise:
- Quello fedele al governo borbonico che, per ideali o al soldo del sovrano, decide di combattere contro gli occupanti, i piemontesi, visti come dei veri e propri invasori.
- Quello che decide di darsi alla macchia per sfuggire la condizione di miseria in cui erano state ridotte le popolazioni meridionali dopo l'Unità d’Italia.
- Quello additato o accusato ingiustamente di essere brigante (la stragrande maggioranza) perché reo di aver osato manifestare la propria insofferenza, spesso solo verbalmente, nei confronti delle limitazioni, degli editti e dei soprusi imposti dagli occupanti o per non aver risposto al bando di arruolamento per il servizio militare.
Lo spettacolo si snoda attraverso filastrocche, scongiuri, canzoni popolari e l’incontro di un illustre viandante, Cristo, con alcuni abitanti meridionali e alcuni dei protagonisti di quegli accadimenti.

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