La "Milano di Tremonti" protagonista della biografia sull'ex ministro

Il libro ricostruisce la rete degli importanti rapporti lombardi dell'ex ministro

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di MilanoToday

Sono numerosi i riferimenti milanesi contenuti nel libro "Tremonti, il timoniere del Titanic", scritto dal giornalista Giampiero Castellotti (ex L'Unità) e dall'economista Fabio Scacciavillani (Chicago's boy) e pubblicato da Editori Riuniti. Un corposo volume, di quadi cinquecento pagine, che ricostruisce la storia politica ormai trentennale dell'ex ministro inquadrandola nelle vicende che hanno caratterizzato questi ultimi tre decenni di storia patria.

Quale baricentro del dinamismo di Tremonti c'è indubbiamente il suo noto e prestigioso studio professionale, al primo piano di via del Crocifisso a Milano, "diventato presto, prestissimo,
un punto di riferimento dell'Italia che conta - si legge nel libro. "I muri saranno testimoni di un bel pezzo di storia del 'migliore' Belpaese. Non soltanto economica. L'attività professionale del Tremonti fiscalista viene raramente fuori sulla stampa - spiegano gli autori, ricordando che quando il tributarista ha ruoli politici, come in questa legislatura, sul citofono non ci sia più da tempo il nome del super-ministro ma quelli dei partner attuali: Enrico Vitali, Dario Romagnoli e Lorenzo Piccardi".

Castellotti e Scacciavillani vanno alle radici del crescente prestigio del professore valtellinese nel capoluogo lombardo negli anni Ottanta. "Non è facile nella Milano dei grandi gruppi industriali e della finanza ritagliarsi un posto al sole come commercialista. I salotti milanesi sono un ambiente poco ospitale per gli outsiders, specie se di provenienza extra-Navigli, e coltivano legami solidificati in generazioni. Mentre a Roma le coordinate del sistema di valutazione dell'interlocutore sono l'appartenenza alle cordate di potere politico-burocratico e l'accesso ai potenti, a Milano ci si chiede 'Come nasce?'. Le ricchezze recenti ed ostentate non aprono le porte che contano, anche se il craxismo ha sdoganato i bevitori della 'Milano da bere', i baristi continuano a nutrirne disprezzo, nonostante accettino di buon grado le mance, mantenendo il mento alzato e gli sguardi altezzosi.
Tremonti per quanto illustre accademico di un'università di buona reputazione, di fronte a bocconiani
o a professionisti con studi da tre generazioni, perfettamente a loro agio a Mediobanca, non sembra
destinato a fulvide fortune. Gli articoli sul Corriere conferiscono visibilità e prestigio, ma non aprono i
portafogli. Invece, in poco tempo, molti concorrenti ben accorsati mangiano la polvere. Come fiscalista Tremonti sa il fatto suo e ha le idee chiare. Inoltre è più lesto di altri a percepire un cambiamento che proprio negli anni Ottanta prende l'avvio e contro cui vent'anni più tardi scaglierà i suoi anatemi intellettuali: la globalizzazione".

Poi la politica, con il garofano (provenendo da posizioni di estrema sinistra). "L'adesione di Tremonti al partito che in quel momento sembra poter mettere in scacco la Dc nella gestione del potere, si consacra con le elezioni politiche del 26 giugno 1983. Per spirito di servizio (come si dice in questi casi), si candida alla Camera, circoscrizione Milano-Pavia. Il risultato personale è assai deludente:
332 preferenze. Aniasi è a quota 30 mila, Pillitteri a quasi 18 mila. Il giovane tributarista di Sondrio arriva quarantottesimo su cinquanta - si legge ancora nel libro.

E poi: "Ma la fama di Tremonti come mago dei bilanci si estende scavalcando la cerchia dei cummenda e arrivando alle orecchie di banchieri e industriali. E' uno dei primi studi italiani ad aprire in Lussemburgo quando la borghesia lombardo-veneta a malapena conosceva il Canton Ticino dove sin dai tardi anni Sessanta gli spalloni avevano portato sacchi di banconote sfuggite al fisco e
alle leggi (inique) contro l'esportazione di capitali. La firma sul Corriere della sera è il suggello di
quell'ascesa e il trampolino di lancio nella sfera politica. E questa volta con aspettative di non ripetere il risultato delle trecento preferenze".

Ecco allora le consulenze nei Palazzi romani, con i ministri Reviglio e Formica, a fianco di un altro milanese d'origini sannite (esattamente come Tremonti, con mamma di Benevento): Alberto
Meomartini, una vita poi ai massimi vertici di multinazionali petrolifere, diviso tra Milano e un'isola greca dove ha fissato il suo rifugio.

Un altro capitolo riguarda le importanti frequentazioni vaticane che passano anche per Milano. Uno dei riferimenti è il cardinale Angelo Scola, membro del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione (incontrato anche insieme alla coppia Bossi & Calderoli), poi arcivescovo di Milano. Non manca poi una puntuale ricostruzione degli stretti rapporti con la Lega.

Oltre a citare altre importanti "partecipazioni" milanesi (dalle prime alla Scala alla serata in onore del riso Gallo al Four Seasons di Milano, intrattenendosi con Ernesto Auci, Innocenzo Cipolletta o Salvatore Carruba), il libro si sofferma sui provvedimenti adottati da Tremonti ministro, come il decreto-legge n. 282 del 24 dicembre 2002 che introduce il concetto di "dismissione urgente",
mettendo in vendita "a trattativa privata, anche in blocco" svariati immobili in una trentina di città italiane (tra questi, la storica Manifattura di Milano) o i Tremonti bond, la cui inutilità è spiegata nel libro dai professori Giampio Bracchi del Politecnico di Milano e Donato Masciandaro della Bocconi. E ancora le vicende Alitalia (con la creazione, di fatto, del monopolio aereo per la tratta Roma-Milano, o la questione Linate/Malpensa 2000).

A "Tremonti, il timoniere del Titanic" hanno collaborato anche una decina di noti economisti che hanno offerto i propri contributi in materia. Tra questi Andrea Fumagalli che si sofferma proprio sull'identità lombarda dell'ex ministro: "Giulio Tremonti - scrive Fumagalli - non è un vero padano (ammesso, e non concesso, che una genìa padana esista - e lo scrive chi ha visto le proprie quattro generazioni nate tutte nel solo territorio del comune di Milano), piuttosto è un montanaro, nato in Valtellina, stirpe rude e abituata a confrontarsi con le difficoltà della natura e del clima. Di queste caratteristiche ha mantenuto non tanto la rudezza della vita (gli agi di Roma hanno condizionato pure lui) quanto un'idea un po' corporativa della vita e dell'economia, tipica di chi deve confrontarsi quotidianamente con la lotta per la sopravvivenza".

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