Elezioni a Milano, Salvini: "Il dentro tutti non paga, basta coi moderati"

Su Parisi (che aveva parlato di un nuovo centrodestra nazionale): "Faccia il consigliere e capogruppo delle opposizioni e stop". La sconfitta di Salvini

Matteo Salvini al seggio elettorale (Fb)

Tra i maggiori delusi del risultato elettorale (non solo milanese) c'è Matteo Salvini, leader della Lega Nord. Che può consolarsi con la sconfitta del Partito Democratico di Matteo Renzi a Roma e Torino, grazie al Movimento 5 Stelle, ma non ha di che rallegrarsi guardando i risultati in generale. Gli serve Cascina (comune di 40 mila anime in Toscana) per festeggiare, ma la sconfitta di Milano e Varese brucia parecchio. 

Brucia soprattutto quella di Varese, dopo settant'anni di governo moderato e con il presidente della regione, Roberto Maroni, candidato capolista della Lega Nord per cercare l'effetto traino. La provincia varesina è da sempre la vera roccaforte della Lega, e da qui Salvini dovrà partire per l'analisi del post voto.

Quanto a Milano, dal 2011 il Carroccio aumenta i suoi voti di circa 2 m2ila unità, pur con un'astensione cresciuta, e conferma quattro consiglieri comunali su quarantotto. Ma l'obiettivo era ben più alto: conquistare Palazzo Marino, passare a nove consiglieri (dati i voti di lista), riprendersi la città insieme al resto del centrodestra (con l'innesto di gran parte dell'ex "terzo polo" e sfruttando l'esclusione, dal centrosinistra, dei voti di Basilio Rizzo). 

Operazione fallita, anche perché il Movimento 5 Stelle meneghino non ha affatto ricambiato il favore leghista di Roma, Torino e altri comuni, laddove Salvini aveva invitato i suoi elettori a votare per il candidato 5 Stelle se non c'era un candidato di centrodestra al ballottaggio. Così Beppe Sala ha potuto aumentare la sua forbice rispetto al primo turno e conquistare - in continuità ma non troppo con Pisapia - la poltrona di sindaco.

Inevitabilmente sale Stefano Parisi sul banco degli imputati. E' chiaro a tutti che l'ex amministratore delegato di Fastweb, con un passato vicino al Partito Socialista, fosse stato scelto da Berlusconi per due motivi: primo, "rassicurare" i tanti elettori moderati milanesi; secondo, proporre un futuro leader nazionale del centrodestra che fosse credibile e che avesse un profilo diverso dalle ruspe salviniane. Non a caso Parisi, appena accettata la candidatura a sindaco, aveva avvertito gli alleati: «Con me, la Lega si sieda al tavolo per cercare soluzioni, non per altro». 

Salvini, lunedì mattina a Radio Padania, si toglie il sassolino: «Parisi leader? Faccia il capogruppo dell'opposizione a Milano e stop». E poi ancora: «Milano insegna che il dentro tutti non paga. La formula moderata era sbagliata e le minestre riscaldate la gente non le mangia. In campagna elettorale mi sono morso la lingua più volte sentendo parole di Albertini e di Parisi». Di fatto, però, è soprattutto la Lega Nord ad avere perso a Milano. Quando la coalizione si era messa intorno a un tavolo per decidere i candidati a presidenti dei Municipi, la Lega ne ha presi quattro, mentre tre sono andati a Forza italia. Segno che in quel momento (fine marzo) Fi e Lega prevedevano che fosse quest'ultima a prevalere sull'altra. I risultati sono andati molto diversamente: Forza Italia 20,2%, Lega Nord 11,8%.

Il rapporto di forza tra Lega e Forza Italia è in effetti un tema importante per il futuro del centrodestra. Nell'immediatezza del post-voto, Parisi e Salvini si contrappongono: l'uno dice che ora parte un nuovo progetto nazionale, l'altro che il primo deve stare buono al suo posto di consigliere comunale di Milano. Naturali schermaglie davanti al piatto che scotta. Più a freddo partiranno le vere analisi.

Si scontrano due visioni opposte: un centrodestra più inclusivo possibile (visione di Berlusconi, Parisi ed Ncd) oppure «dentro tutti non paga» (visione della Lega e di Fratelli d'Italia). La guerra di successione è aperta, ma i due attori principali (Salvini e Parisi) sono oggi entrambi un po' azzoppati. Intanto Paolo Grimoldi (numero uno della Lega in Lombardia) abbozza un'autocritica: «Non possiamo trascurare l'immigrazione e la sicurezza - scrive su Facebook - ma chi ogni giorno suda e fatica per portare avanti un'impresa chiede al nostro movimento di farsi interprete delle sue battaglie quotidiane contro la pressione fiscale più elevata d'Europa, contro una burocrazia asfissiante o per avere una rete stradale e ferroviaria all'altezza degli altri Paesi europei. Credo si debba tornare a essere un Movimento-Sindacato dei nostri territori». Suona come un invito a tornare nord-centrici.

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