Maroni "l'antileghista": sì a Macron e al Jobs Act, le idee del presidente che non si ricandida

Il governatore lombardo uscente rilascia un'intervista al Foglio che diventa un manifesto antipopulista ed europeista. E su Salvini: "Sono leninista e sono stato trattato con metodi staliniani"

Roberto Maroni (Twitter)

Tiene sempre banco l'addio di Roberto Maroni alla Regione Lombardia. Il governatore uscente ha annunciato l'8 gennaio che non si ricandiderà per il centrodestra (si vota il 4 marzo), scatenando, almeno a livello mediatico, l'ira del segretario della Lega Matteo Salvini («se vai via dalla Regione Lombardia non puoi più far niente») e lo stop di Silvio Berlusconi («escludo per lui ruoli a Roma»), quest'ultimo però ritenuto detentore di un "patto segreto" con Maroni se, dopo il voto delle politiche (sempre il 4 marzo), non si riuscisse a formare una maggioranza di governo omogenea e si dovesse ricorrere a patti tra partiti di diversi schieramenti. In quel caso per Maroni potrebbe esserci anche il ruolo di premier.

Maroni rinuncia: al suo posto Attilio Fontana

L'interessato, l'11 gennaio, in una intervista a Italia Oggi respinge queste interpretazioni. «Si smetta di dire che Maroni starà nel governo», afferma il presidente uscente della Lombardia. E ripete: «Voglio una vita diversa». Ancora: «Si può fare politica sia dentro le istituzioni sia fuori». Nessun accenno ai «motivi personali» che lo hanno spinto a non ricandidarsi, mentre sul Corriere della Sera Salvini smorza i toni: «Di fronte a scelte personali non si può che accettare, ma io avrei voluto che fosse ancora lui il candidato».

Al direttore del Foglio Claudio Cerasa, però, Maroni rilascia dichiarazioni di ben più ampio respiro. Che paiono davvero un "manifesto", come titola il quotidiano fondato da Giuliano Ferrara, ma anche una presa di distanza abbastanza netta dalla lega (non più "Nord") salviniana. Si dice dispiacituo di come è stato trattato da Salvini, con cui erano state concordate le tempistiche dell'annuncio.

E, rievocando forse i trascorsi giovanili nella sinistra extraparlamentare, aggiunge: «Sono un leninista convinto, uno che crede nella leadership, ma mai avrei pensato di trovarmi di fronte un leader stalinista», riferendosi alle prime dichiarazioni di Salvini dopo l'annuncio della mancata ricandidatura. Dichiarazioni che Maroni legge «sprezzanti, per cercare di colpirmi».

Maroni e il futuro: «Farò l'avvocato e aiuterò i giovani»

Ma che cosa farà ora Maroni? Lui dichiara di voler tornare a fare l'avvocato, soprattutto nell'ambito del penale amministrativo data l'esperienza accumulata da ministro e da presidente di Regione, e di mettersi a disposizione dei giovani con idee innovative per aiutarli a far nascere imprese. Tuttavia dalle parole di Maroni si comprende una distanza quasi abissale con la Lega odierna, disegnata da Salvini secondo lo schema etnonazionalista, antieuropeista, filo-euroasiatica, identitaria italiana, saldamente a destra del panorama politico, quando la Lega Nord (e Lombarda) "originale" era praticamente il contrario: antifascista, secessionista o federalista a seconda dei momenti, europeista, rifiutava la distinzione "destra-sinistra". Ed è palese che tra le ragioni della scelta di Maroni ci sia anche la disaffezione, la distanza dalla «Lega di oggi, una Lega che non so che successo possa avere».

Maroni e la Le Pen: «Avrei votato Macron»

Maroni tiene a precisare che sosterrà lealmente il suo segretario come candidato premier. Ma poi, quando Cerasa lo fa entrare più nello specifico, rappresenta idee che sembrano davvero antitetiche a quelle di Salvini. Su Marine Le Pen, ad esempio, che fu sconfitta al ballottaggio presidenziale francese da Emmanuel Macron, ex ministro di centrosinistra candidatosi su una piattaforma europeista. La Lega Nord salviniana era nettamente schierata con la Le Pen.

«Avrei votato Macron - spiega Maroni al Foglio - perché il lepenismo è il simbolo di tutto ciò che all'Europa non serve: uno sterile e improduttivo nazionalismo, un ritorno agli Stati. Non so dire ancora se Macron è in grado di rappresentare l'Europa dei popoli, ma nella sua visione esiste un'idea di valorizzare l'Europa delle regioni e tanto mi basta per dire no a ogni forma sciatta di nazionalismo. Per la Lega aveva un senso stare tatticamente con la Le Pen, ma strategicamente no».

Maroni e il Jobs Act: «Assurdo abolirlo»

Un tema importante della campagna elettorale è il Jobs Act, il provvedimento con cui il governo di Matteo Renzi ha di fatto eliminato le tutele dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori dai contratti a tempo indeterminato, sostituendole con le cosiddette "tutele crescenti". In questi anni si sono spesso levate voci critiche sul Jobs Act da parte del centrodestra e qualcuno non nasconde che vorrebbe abolire il provvedimento.

«Non scherziamo - dice Maroni - semmai va migliorato. Il governatore uscente della Lombardia è stato anche il ministro del Lavoro che ha promulgato la legge nota come Legge Biagi, dal giuslavorista Marco Biagi che era stato assassinato dalle "Nuove Brigate Rosse": il primo serio tentativo, in Italia, per introdurre la flessibilità nel mercato del lavoro.

Maroni pronto per governare le larghe intese?

Sull'esito delle elezioni, Maroni non sembra avere dubbi: il centrodestra, come prima coalizione, potrebbe ottenere una maggioranza risicata, ma potrebbe anche non ottenerla, soprattutto se Matteo Renzi (per il quale Maroni ha parole di stima al di là delle idee politiche) sarà in grado di effettuare un recupero in extremis, simile a quello di Berlusconi del 2013. In quel caso, si profilerebbe, per il governatore lombardo uscente, una maggioranza di larghe intese. Inutile chiedergli se in quel caso sarebbe disponibile, date le risposte iniziali. Ma il dubbio, alla fne, resta: se "chiamato", Maroni risponderà? 

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