Radio Radicale, il Comune di Milano chiede di salvarla. I 5 Stelle: «Basta regalìe»

Approvato un odg di Forza Italia. Corrado (M5s) attacca la radio, difesa invece dagli altri gruppi. Barberis (Pd): «Servizio e archivio sono di interesse pubblico e non di partito»

Anche il consiglio comunale di Milano, dopo il consiglio regionale della Lombardia, ha approvato un ordine del giorno per "salvare" Radio Radicale dalla chiusura. Ma questa volta il voto non è stato unanime: il Movimento 5 Stelle (che al Pirellone si era unito alla richiesta) ha votato invece contro, e poi ha "sparato a zero" contro la radio che, da più di 40 anni, svolge un servizio pubblico di diffusione dell'attività politica italiana.

L'ordine del giorno a Palazzo Marino è stato presentato da Alessandro De Chirico, consigliere liberale di Forza Italia. «Speriamo che il sindaco si faccia promotore della richiesta avanzata dal consiglio», ha poi commentato: «Radio Radicale da oltre 40 anni consente a tutti di sentire i lavori parlamentari ma anche i processi, i congressi di tutti i partiti e i dibattiti politici legati alla storia del nostro Paese».

Poi l'affondo ai pentastellati: «E' stata l'unica voce fuori dal coro, gli unici a non votare a favore. Volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e, appena andati al governo, vorrebbero chiudere questa radio». Il "no" pentastellato è stato al grido di «basta regalìe ai partiti», come ha affermato Gianluca Corrado, già candidato sindaco dei 5 Stelle.

5 Stelle scatenati: «Regaliamo soldi a un organo di partito»

«Si chiede al governo di continuare a regalare oltre 10 milioni all'anno - ha commentato l'esponente 5 Stelle - ad un organo di partito detenuto al 25% da una holding finanziaria che fattura 2,3 miliardi all'anno. La scusa è il servizio di streaming audio di Camera e Senato, reso anche da due web tv, un canale Rai e vari canali satellitari. Un servizio costato ad oggi oltre 250 milioni, sempre assegnato senza un bando pubblico». Corrado non si ferma qui: «Ho invitato la giunta a prendersi carico essa stessa del finanziamento di questo organo di partito, meglio se con il loro patrimonio personale».

L'argomento di Corrado non è nuovo. Anche il sottosegretario alle telecomunicazioni Vito Crimi, del suo stesso partito, ha tirato fuori dal cilindro la questione della "holding finanziaria" che detiene il 25% della radio. Questione che è già stata chiarita ampiamente. La holding è infatti la Lillo Spa dell'imprenditore Marco Podini (leader nei discount in Italia) che, il 27 marzo 2000 (quindi 19 anni fa), acquistò la quota «con un investimento di chiara natura filantropica per garantire la sopravvivenza del servizio pubblico», come si legge in una nota della radio. Una cosa arcinota, insomma, ma soprattutto non un investimento speculativo.

RR: «Preoccupanti i politici che disprezzano libertà di stampa»

A Corrado ha duramente ribattuto Filippo Barberis, capogruppo del Partito Democratico: «Si manifesta tutta questa attenzione ai fondi pubblici e poi vengono dati 12 miliardi per coprire il buco del Comune di Roma e, nel 2018, si sono dati 80 milioni in più alla Rai, che a tutt'oggi non ha un progetto sostitutivo del servizio di Radio Radicale. Che, è bene sottolinearlo, non è soltanto la trasmissione delle dirette ma anche l'archivio: servizio e archivio sono di interesse pubblico, non di un partito. Dire il contrario significa non avere mai ascoltato la radio. Che, tra l'altro, il bando lo ha chiesto, e non lo hanno ancora approntato».

«Il discorso su Radio Radicale c'entra più con la libertà di stampa che con il finanziamento alla politica», ha commentato la capogruppo di Milano Progressista Anita Pirovano: «Di fatto viene messo in discussione questo valore, che è il fondamneto della nostra repubblica e della nostra democrazia. Non mi sento a mio agio e un po' mi preoccupo quando i politici, dall'interno delle istituzioni, disprezzano una professione così importante e fondante della nostra democrazia».

RR: a rischio la convenzione con lo Stato

Da anni l'emittente ha una convenzione con lo Stato, del valore di 10 milioni di euro all'anno, per trasmettere tutte le sedute del Parlamento, a patto di rinunciare del tutto alla pubblicità. Inoltre, sempre ogni anno, Radio Radicale riceve 4 milioni di euro, in base a una legge del 1990 (la n. 230) con cui lo Stato finanzia le imprese radiofoniche private che trasmettono «quotidianamente propri programmi informativi su avvenimenti politici, religiosi, economici, sociali, sindacali o letterari per non meno di nove ore comprese tra le ore sette e le ore venti». Una legge di cui oggi beneficia solo Radio Radicale.

Il maxiemendamento della manovra di bilancio del 2019 stabilisce che il valore della convenzione scenderà da 10 a 5 milioni, e abroga dal 2020 la legge 230/1990. In altre parole: a partire dal 21 maggio 2019 Radio Radicale perderà 5 milioni di euro all'anno e, dal 2020, altri 4: il contributo statale alla radio precipiterà da 14 a 5 milioni di euro.

E a farne maggiormente le spese sarebbero proprio quei programmi informativi sulla politica, l'economia, la società e i sindacati per cui Radio Radicale è più nota. La radio infatti trasmette, in diretta o in differita, eventi, convegni e congressi di tutti i partiti politici. Ed è l'unica a farlo. Con meno soldi, poi, il costo del mantenimento del prezioso archivio potrebbe rappresentare un problema. 

RR: le voci della vendita dell'archivio alla Rai

In queste ultime settimane si sono diffuse voci secondo cui la Rai potrebbe acquistare l'archivio di Radio Radicale, di fatto "salvandolo": sarebbe sicuramente una soluzione migliore rispetto alla perdita totale ma occorrerebbe chiedersi come verrebbe garantita la continuazione dell'archivio stesso.

Nel senso: una volta in mano alla Rai, chi si occuperà di caricare in rete i nuovi dibattiti politici nelle grandi città e nei piccoli centri, i processi di una certa rilevanza, i convegni e i congressi dei partiti e dei sindacati? Probabilmente nessuno. La Rai dovrebbe creare una struttura "ad hoc" e difficilmente lo farebbe. L'archivio, insomma, si salverebbe ma la sua continuazione nel tempo probabilmente no.

RR: in Regione erano tutti d'accordo

Come detto, al contrario che a Palazzo Marino, il 2 aprile al Pirellone il "sì" era stato unanime, 5 Stelle compresi. E avevano votato anche il presidente del consiglio regionale Alessandro Fermi e il governatore Attilio Fontana, che di solito si astengono per rispetto dei ruoli. «La Lombardia, all’unanimità e con il sostegno dei suoi massimi rappresentati istituzionali, richiama il potere romano alle proprie responsabilità. Salvare Radio Radicale significa salvaguardare il principio del "conoscere per deliberare", fondamento della democrazia e caposaldo dell’azione dell’emittente fondata da Marco Pannella», aveva commentato Michele Usuelli, consigliere regionale di +Europa, che aveva presentato l'ordine del giorno.

«Abbiamo votato in modo convinto una mozione che chiede di salvare un patrimonio importante per tutto il panorama politico italiano», aveva affermato il vice capogruppo della Lega Andrea Monti: «E' doveroso che Regione Lombardia intervenga presso il Governo nazionale per salvare Radio Radicale. Molti anni fa, quando la Lega era appena nata, solo Radio Radicale arrivava sul pratone di Pontida, con lo spirito di comprendere un fenomeno politico nuovo, a differenza di altri che, sotto il cappello del servizio pubblico, si impegnavano soltanto a cercare il folklore del militante di turno con le corna».

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