Condanna di Sala, la procura: "Troppo mite, anche trasparenza è valore sociale". E parte il ricorso

La condanna (convertita in multa) a sei mesi giudicata esigua

Beppe Sala

La procura generale di Milano ha depositato il ricorso contro la condanna a sei mesi (convertita in multa) per falso nei riguardi del sindaco di Milano Beppe Sala per la gara della piastra di Expo 2015. La procura non contesta la condanna in sé (anzi, chiede una pena più elevata) ma in particolare le motivazioni addotte dai giudici di primo grado.

Come si ricorderà, i magistrati avevano concesso a Sala l'attenuante di avere agito per ragioni di particolare «valore morale o sociale» quando, da commissario unico di Expo, retrodatò le nomine di due componenti della commissione di gara (uno dei due era risultato incompatibile con il ruolo) per evitare che la gara stessa fosse rimandata, causando ritardi a catena che avrebbero anche potuto compromettere la fine dei lavori in tempo per l'esposizione universale.

Una motivazione che, per la procura generale, non conta. In particolare, non si può affermare che, di fronte alla «lesione del bene giuridico della fede pubblica» e della trasparenza, vi fosse una «incondizionata approvazione» da parte dell'opinione pubblica a retrodatare i verbali di nomina, senza contare (continua la procura) che anche la trasparenza amministrativa è un bene giuridico «socialmente approvato».

E non è tutto. Per la procura, Sala non merita le circostanze attenuanti perché non avrebbe «collaborato alle indagini» facendosi, per esempio, interrogare. Insomma, la "guerra" continua. Durante la requisitoria nel processo, la procura aveva chiesto per il sindaco di Milano la condanna a un anno e un mese.

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