Olimpiadi 2026, Simoncini: evitare gigantismo e pianificare riutilizzo impianti

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di MilanoToday

«Una volta passata la sbornia per l’assegnazione delle Olimpiadi invernali del 2026 a Milano e Cortina, bisognerà tenere alta la guardia per un’avventura che spesso promette molto più di quanto sia in grado di mantenere. Il recente passato è pieno di città, regioni e nazioni che per quindici giorni di festa e visibilità hanno avuto ricadute negative per decenni: da Montreal a Nagano, dalla Grecia al Brasile. Non è certo un caso che il Comitato olimpico internazionale, nonostante il lavoro per rendere il formato dei Giochi meno impegnativo sia finanziariamente che a livello di infrastrutture, fatichi tremendamente a far convergere su questo tipo di eventi un numero consistente di candidature». Lo dichiara l’ing. Sandro Simoncini, urbanista e direttore scientifico del Centro Studi Sogeea. «I responsabili del progetto Milano-Cortina dovranno soprattutto impegnarsi a fare in modo che le Olimpiadi siano l’occasione per lasciare un’eredità positiva ai territori coinvolti, il che significa evitare gigantismi di qualsiasi tenore, declinare ogni intervento da realizzare secondo criteri di sostenibilità sociale e ambientale, chiarire fin da subito il destino post olimpico delle strutture. In pochi, purtroppo, ricordano la sciagurata gestione del villaggio olimpico dopo i Giochi di Torino 2006: l’edificio, di indiscusse potenzialità, fu occupato da centinaia di disperati e per oltre un decennio si è trasformato in una centrale di degrado e illegalità. Un esempio paradigmatico di quello che va assolutamente scongiurato in un Paese che di opere incompiute, degradate o abbandonate ne ha fin troppe».

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