Vigorelli, il Tar dà torto al comune: la pista in legno è un valore culturale

Nel frattempo un nuovo accordo ha fatto sì che fosse comunque salvata, ma per i progetti originari del 2013 era destinata a sparire per sempre

Il nuovo Vigorelli

La pista in legno del Velodromo Vigorelli è stata giustamente vincolata dalla sovrintendenza: il comune di Milano ha avanzato un ricorso al Tar contro quella decisione ma ha perso. Il vincolo venne apposto il 3 ottobre 2013 quando era in essere il primo progetto di riqualificazione dell'impianto, che prevedeva l'eliminazione totale della storica pista anche per rendere possibile la pratica di sport diversi nell'impianto. La sovrintendenza di fatto "raccolse" le ovvie lamentele di tutti gli appassionati italiani, e non, di ciclismo.

Il comune di Milano decise di ricorrere al Tar: il ricorso è rimasto in essere nonostante il successivo accordo per un restauro di tipo diverso, che conservasse la pista in legno. Il 3 giugno 2016 la riapertura: amatori e professionisti si sono alternati sulle paraboliche e sui rettilinei realizzati in legno d'abete della val di Fiemme. Le biciclette mancavano da circa quindici anni. E' stata poi la volta del campione Francesco Moser per il collaudo: nel 1986 proprio Moser stabilì il record dell'ora sul legno del Vigorelli. I lavori però non sono ancora terminati: CityLife (che li finanzia come oneri di urbanizzazione) deve ancora ristrutturare le palestre e gli spalti.

Nel frattempo è arrivata la sentenza del Tar, il 24 febbraio 2017, che conferma le ragioni della sovrintendenza (e degli appassionati di ciclismo) e riafferma l'importanza storica ed identitaria della pista in legno del Vigorelli. Palazzo Marino, nel ricorso, era arrivato a sostenere che al Velodromo non potesse essere riconosciuto un interesse storico-artistico tale da meritare il vincolo. Ma il Tar fa a pezzi questo punto di vista: «Appare fuori discussione l’importanza del Velodromo nella storia del ciclismo in Italia, oltre che la popolarità di tale sport nel nostro Paese (forse secondo solo al calcio), tanto è vero che il ciclismo ha interessato non solo numerosissimi tifosi, ma ha attirato l’attenzione di importati esponenti del mondo della cultura e della letteratura (si pensi ad esempio a Dino Buzzati o a Gianni Brera)», scrivono i giudici amministrativi.

Il ciclismo è dunque «un importante fenomeno di costume, che riflette la storia – nel senso più ampio – d’Italia»; e il Vigorelli, di conseguenza, è «una testimonianza della "cultura in genere", ovvero della "identità e della storia delle istituzioni … collettive"». Pertanto, per il «mantenimento e la conservazione di tale identità culturale e collettiva» occorre conservare «l'elemento materiale caratterizzante l’impianto, vale a dire la più volte richiamata pista in legno».

Nulla vieta, per il Tar, che si svolgano altre attività (sportive o perfino commerciali), purché «non incompatibili con la presenza della pista».

l vincolo storico e architettonico del Velodromo Maspes-Vigorelli è «salvo». La quarta sezione del Tribunale amministrativo (Tar) della Lombardia ha infatti respinto il ricorso del Comune di Milano contro le limitazioni, considerate eccessive, imposte dalla Soprintendenza regionale. Passo indietro, aprile 2013: nello stesso giorno in cui venne assegnato il bando per la costruzione del Padiglione Italia dell’Expo, anche il Vigorelli vide concludersi la gara internazionale per il restyling voluto da Palazzo Marino, con in prima fila l’allora assessore Ada Lucia De Cesaris. Vinse il progetto dello studio Vittorio Grassi: una seconda arena cittadina, polisportiva e polifunzionale, aperta anche alle esibizioni (di sport estremi) e agli studenti (di un’accademia sportiva) con 5.500 posti a sedere. Tuttavia l’intervento prevedeva l’«eliminazione totale» della pista, in nome di una più agile struttura mobile. PrevNext Gli avveniristici rendering non conquistarono la città, suscitando proteste e levate di scudi. E proprio contro l’ipotesi del nuovo palazzetto nacque il Comitato in difesa della pista. Tempo qualche mese e il 3 ottobre intervenne direttamente la Direzione regionale per i Beni culturali e paesaggistici della Lombardia, facente capo al Ministero. Struttura dichiarata d’interesse storico-artistico, storico-relazionale e storico-identitario e vincolata tramite decreto ministeriale. L’assessore non la prese bene, il comitato esultò. A maggio 2014 si arrivò a una mediazione. Accordo per il restauro conservativo. «Sarà la casa del ciclismo milanese» annunciò il Comune. Obiettivo: tenere aperto l’impianto 365 giorni l’anno. «I lavori dureranno tre anni ma saranno modulabili, per evitare la chiusura dell’impianto: i primi potrebbero partire già per l’estate». S’ipotizzò anche, senza seguito, di non proseguire nel ricorso al Tar. s Dopo tre anni, oggi, gli interventi (in carico a Citylife come oneri di urbanizzazione) hanno riguardato copertura e pista (inaugurate in estate con un giro di Francesco Moser). A breve si partirà con spalti e palestre. Il Vigorelli è un cantiere con aperture centellinate e qualche polemica annessa. Nella sentenza del Tar si ricorda il ruolo di Milano capitale del ciclismo già dal primo Novecento e il legame indissolubile tra il Vigorelli e il ciclismo sintetizzato proprio dalla pista in legno, definita un «monumento al ciclismo» oltre che «notevole esempio di architettura razionalistica»: «Una testimonianza della cultura, dell’identità e della storia delle istituzioni collettive». Rigettati i motivi del ricorso del Comune: l’interesse storico e artistico è effettivo; la presenza della pista non impedisce altre attività; non si può ritenere che gli interventi sulla struttura del 1935 — nel 1947 (dopo i bombardamenti) e nel 1985 (dopo la grande nevicata) — ne modifichino l’identità. In un parallelismo tra sport e arte milanesi, la Scala del ciclismo non può ritenersi «diversa», così come il Teatro omonimo non viene considerato un edificio nuovo, nonostante gli interventi post-guerra.

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