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Montanelli, parla la figlia dell'anarchico Pinelli: "Ma quale grande giornalista? Su mio padre inventò bugie"

Durante il processo d'Appello per la strage di piazza Fontana il cronista dovette ritrattare un articolo in cui sosteneva che l'anarchico fosse un informatore della polizia e che si sarebbe suicidato per la vergogna: "Il giudice disse 'Oggi mi è crollato un mito'"

 

"Su mio padre Montanelli inventò una storia di sana pianta, che poi fu costretto a ritrattare in tribunale scusandosi. Il gesto di imbrattare la statua, in questo senso, ha aperto a una riflessione ed è giusto chiedersi se una persona che ha inventato delle falsità sulla vittima di un omicidio di Stato sia o meno da considerare un grande giornalista". A dirlo è la figlia di Giuseppe Pinelli, l'anarchico che tre giorni dopo la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 morì precipitando dalla finestra della questura di Milano in seguito a un interrogatorio.

La storia di Pinelli, oggi riconosciuto ufficialmente come una delle vittime di piazza Fontana, ma che all'epoca dei fatti fu usato come capro espiatorio per deviare le indagini dai veri attentatori (i neo fascisti del gruppo 'Ordine nuovo'), si intreccia in questi giorni proprio con la polemica sul Indro Montanelli e sulla sposa bambina che acquisto in Africa durante l'invasione fascista, polemiche che sono sfociate nell'ormai noto imbrattamento della statua nei giardini di Porta Venezia.

"Nel 1980 - racconta la figlia dell'anarchico - Montanelli fu chiamato a Catanzaro, dove si teneva il processo d'Appello sulla strage. Gli veniva chiesto di testimoniare in merito a un suo articolo nel quale scrisse che mio padre era un informatore del commissario della polizia Calabresi e che dopo l'attentato si sarebbe suicidato gettandosi dalla finestra per la vergogna di aver tradito i suoi compagni anarchici. Sappiamo bene che all'epoca dei fatti gli anarchici furono subito indicati come capro espiatorio per coprire la vera matrice neo fascista della strage, ma a Montanelli non importava. Una volta davanti ai giudici, tuttavia, il giornalista fu costretto ad ammettere di essersi inventato tutto, di aver capito male e che la persona che gli aveva riferito il fatto ormai era morta. Dopo la sua testimonianza Montanelli ricevette addirittura il biasimo del giudice che disse, testuali parole, 'L'ho sempre ammirata come giornalista. Oggi mi è caduto un mito'. Non so per quale motivo scrisse quell'articolo, tuttavia per noi fu come se avessero nuovamente calpestato il nome di mio padre".

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