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Nelle carceri di Milano e Lombardia ci sarà un protocollo anti suicidi

A prevederlo un piano regionale appena approvato

Presa in carico del detenuto e il monitoraggio costante grazie al lavoro di un gruppo multidisciplinare. È quanto prevede il piano di prevenzione del rischio suicidàrio approvato l'11 luglio dalla Giunta regionale lombarda.

Il piano anti suicidi nelle carceri lombarde

Proposta dall'assessora al Welfare, Letizia Moratti, la delibera contenente il piano verrà applicata nelle 18 carceri per adulti della Lombardia, comprese quelle di Milano, ovvero San Vittore e Bollate. "Il piano regionale approvato - spiega la vicepresidente lombarda - utilizza la stessa metodologia risultata vincente e più volte citata dall'Organizzazione mondiale della sanità in riferimento alla Lombardia durante la pandemia: una stretta alleanza tra il mondo penitenziario e quello sanitario per prevenire i suicidi, purtroppo aumentati durante il periodo dell'epidemia, anche a causa delle restrizioni che hanno reso ancora più afflittivo il momento della carcerazione, è infatti necessario giocare in squadra".

Con l'obiettivo di evitare altri tragici episodi, alla valutazione medica del detenuto si affiancherà un'attenzione costante sul suo comportamento, soprattutto nei momenti più difficili della carcerazione. "Un momento di grande criticità - aggiunge l'assessora - è dato dall'ingresso in istituto e dall'inizio della vita detentiva, con la conseguente necessità di ambientarsi a un nuovo contesto. In quest'ottica le modalità di accoglienza rivestono particolare importanza e consentono una prima e immediata valutazione del rischio autolesivo e suicidàrio".

Il piano anti suicidi coinvolge le Asst e le Ats sul cui territorio è presente un istituto penitenziario, il provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria e le direzioni degli istituti penitenziari per adulti. I detenuti saranno seguiti da un'équipe composta da rappresentanti del personale penitenziario (polizia penitenziaria, funzionario giuridico pedagogico, psicologi, volontari) e sanitario (medici della struttura penitenziaria, infermieri, personale Asst del dipartimento di salute mentale e dipendenze). I professionisti verranno nominati dai direttori del carcere.

"Attraverso il dialogo e il confronto, personale sanitario, penitenziario, psicologi, volontari, ma anche i familiari, gli avvocati difensori e i magistrati - spiega Moratti - dovranno essere in grado di cogliere anche il minimo segnale di disagio o campanello d'allarme che possa far pensare a gesti estremi. In questo senso, l'interruzione della corrispondenza in partenza o in arrivo, la mancata volontà di incontrare i familiari o la mancata partecipazione a momenti di condivisione con altri detenuti possono essere rivelatori di un malessere che va subito intercettato. A chi vive il mondo carcerario chiediamo un grosso sforzo per essere vigili sentinelle di queste eventuali situazioni".

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