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L'arrivo della Romano a casa e la folla

L'arrivo della Romano a casa e la folla

I giornalisti replicano alle polemiche e a Sala: "Non eravamo a fare l'aperitivo sui Navigli"

Le note dei cronisti lombardi dopo gli assembramenti sotto casa di Silvia Romano

Un lavoro, un "obbligo". Non un gioco o un passatempo. I giornalisti lombardi replicano, con due note ufficiali, alle polemiche nate dopo gli assembramenti - innegabili e vietati - nati lunedì pomeriggio sotto casa di Silvia Romano nel giorno del suo ritorno a casa. Ad attendere l'arrivo della cooperante rapita in Kenya e liberata dopo un anno e mezzo di prigionia, c'erano infatti tanti, tantissimi giornalisti, fotografi e operatori, ognuno alla ricerca dell'immagine giusta - e necessaria - da portare a casa. 

Quella folla, però, non è piaciuta a tutti. I primi a partire all'attacco sono stati i social, che hanno paragonato le scene a quelle viste sui Navigli in uno dei primi giorni post lockdown. Poi è toccato anche al sindaco di Milano, Beppe Sala, che ha fatto più o meno lo stesso, anche se più velatamente: "Non esistono - ha detto - assembramenti di serie A e serie B. Forse - aveva anche rimarcato - mi sarebbe piaciuto vedere oggi sui quotidiani una stigmatizzazione del comportamento di giornalisti e foto operatori".

"Eravamo al lavoro, non sui Navigli"

I giornalisti lombardi, però, non ci stanno. E martedì, dopo un giorno di bagarre e accuse social, hanno deciso di rispondere. "I giornalisti stanno lavorando e non sono sui Navigli a prendere l’aperitivo - le parole di Paolo Perucchini, presidente dell'associazione lombarda dei giornalisti -. Se si conviene su questo elemento base, il caldo invito di tutti, in questo periodo di emergenza Covid-19, è quello di cercare di rispettare al massimo le disposizioni sanitarie previste in questo frangente”. 

"I giornalisti e gli operatori dell’informazione non vanno né colpevolizzati né additati come irresponsabili quando, nel cercare di fare il loro lavoro – informare i cittadini – si ritrovano anche in tanti a meno di un metro di distanza l’uno dall’altro", ha concluso.

Poco dopo è stata la volta del gruppo cronisti lombardi, che dal 1912 riunisce buona parte dei giornalisti che operano in regione. "Lunedì eravamo tanti. Giornalisti, fotografi, cameraman. Tutti in via Casoretto, da ore, ad attendere l'arrivo di Silvia Romano. Nessuno di noi sapeva a che ora sarebbe arrivata, quindi ci siamo ritrovati sotto la pioggia, in un clima autunnale, ad aspettare. È il nostro lavoro, certo. Lo sappiamo. Sappiamo anche che in questo periodo di emergenza virus occorre indossare sempre la mascherina (tutti l'avevamo) e stare distanziati per evitare possibili contagi", ha ricostruito la giornalista Marianna Vazzana del gruppo.

"C'erano colleghi in strada dalla sera prima, altri arrivati all'alba. Tutti attenti a non toccarsi, a non accalcarsi, nell'arco di tutte quelle ore, ma anche a conquistare una porzione di spazio per poter fare il proprio lavoro. Man mano che le ore passavano, però, il numero di colleghi, ma anche di curiosi, aumentava (ed era prevedibile). La pioggia, pure. Quindi, chi poteva si riparava sotto un balcone o sotto la tenda di qualche negozio. Intanto le forze dell'ordine pattugliavano la zona costantemente. Attorno alle 17 ci è stato chiesto di tenere un 'varco' libero per consentire il passaggio dalla strada verso il portone del palazzo di via Casoretto dove di lì a poco sarebbe entrata Silvia Romano seguita dalla madre. Il varco è stato creato subito, siamo stati tutti collaborativi. Ognuno di noi però era lì per vedere e per documentare, per provare a fare una domanda - ha sottolineato -. È il nostro lavoro. Non si poteva fare tutto questo stando a distanza: è chiaro. Non eravamo lì né per divertimento e né per accanimento: solo per fare il nostro lavoro".

Probabilmente qualcuno avrebbe potuto, e forse dovuto, gestire meglio la situazione - che era prevedibile -, magari provare a organizzarla. Ma questo, evidentemente, non è un compito dei giornalisti. 

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