"Aiutate chi vive da solo, l'isolamento per il Coronavirus potrebbe essere devastante"

Lo ha detto Marco Crepaldi, il presidente di Hikikomori Italia: l'associazione che salva i ragazzi di tutta Italia dall'isolamento sociale

Immagine da Hikikomori Italia - Facebook

Limitare i contatti sociali. Lavorare e vivere sempre in casa. Tutto nello stesso ambiente. E se si ha la fortuna di avere accanto a sé una famiglia parlare (dal vivo) con le stesse persone. Stop. Succede a Milano (e nel resto d'Italia) nell'epoca in cui il nemico pubblico numero uno è un virus: Covid-19, per tutti Coronavirus.

Isolamento sociale forzato, ma vivere da persone libere nelle quattro mura di casa non è semplice. Soprattuto non è semplice quando gli spazi sono ridotti ai metri quadri di un appartamento di Milano. Abbiamo affrontato il tema con un ragazzo nato e cresciuto della provincia Nord-Ovest di Milano che salva altri giovani che, per mille motivi tutti diversi, si sono isolati dal mondo, li libera dalla prigione che si sono costruiti e li restituisce alla società. Abbiamo parlato del tema dell'isolamento con Marco Crepaldi, presidente di Hikikomori Italia.

Disclaimer: gli hikikomori sono ragazzi, perlopiù maschi tra i 15 e i 25 anni (ma non sono rari anche casi di ragazzi più anziani), che non studiano e non lavorano e trascorrono quasi tutto il loro tempo chiusi in camera da letto, nei casi più gravi senza parlare nemmeno con i genitori.

Il ministero continua a ripetere che bisogna stare a casa e limitare i contatti sociali. C'è un modo per non cadere in una spirale depressiva?

«Non c'è una risposta se non semplicistica. Ci sono persone come gli hikikomori che non riescono a stare con altre persone, specularmente ce ne sono altre che non riescono a stare da sole. E per loro la solitudine potrebbe essere un trauma psicologico devastante. Potrebbero arrivare a sviluppare anche sindromi ansiose incontrollabili. E questo potrebbe portare anche a un aumento di casi di depressione».

«Ma ci sono anche tante persone che magari hanno una tendenza all'isolamento sociale e avevano quelle due-tre attività che gli permettevano di rimanere in contatto col mondo esterno. Attività che, a causa di questa condizione, potrebbero invece non uscire più a svolgere. Può darsi che quando si uscirà dalla quarantena chi è sprofondato in questa situazione di depressione e ansia poi non riesca più a riprendere una vita normale. Questo è il pericolo, il contro, di questa situazione. Non è chiaro come le persone possano reagire a questo isolamento forzato. Ognuno ha una personalità diversa, ci sono davvero persone che potrebbero vivere questo momento come una trappola».

Chi corre più rischi?

«Rischia di più chi ha una tendenza all'isolamento sociale e stava combattendo contro questa tendenza. Un esempio pratico? Gli studenti per cui la scuola era l'unico modo di avere contatti sociali durante la giornata. Quelle persone adesso sono del tutto isolate. E non è detto che in questo periodo non perdano completamente le skills sociali e finiscano per isolarsi anche quando si potrà uscire di casa».

«Una persona che ha la tendenza all'isolamento sociale nel momento in cui perde anche quei pochi appigli che ha nei confronti della socialità rischia di non riuscire a recuperarli. Se sei una persona già di per sé fragile con difficoltà a relazionarti, perdere anche quelle poche occasioni sociali significa praticamente perdere tutte le relazioni sociali».

«L'altro lato della medaglia, invece, è rappresentato da uomini o donne, ragazzi e ragazze, iperattive. Persone che hanno costruito una uno stile di vita completamente lontano dalla casa, totalmente esterno, per cui la costrizione e l'isolamento forzato potrebbe essere un vero e proprio trauma da non sottovalutare. Non si deve banalizzare dicendo Ma dai cosa ti costa stare a casa un mese?! Perché un mese in casa per una persona che non è abituata a starci un minuto potrebbe essere davvero un fautore di una sindrome depressiva».

«E poi c'è una questione che viene sottovalutata. Stare a casa non è uguale per tutti. Se sei una persona che vive da sola non è essere come una persona che vive in famiglia. Le persone che vivono da sole potrebbero essere ancora più colpite dal punto di vista del malessere psicologico perché per loro la solitudine è estrema, mentre una persona che ha figli o famiglia oppure è in un nucleo particolarmente grande l'isolamento in casa è completamente diverso. Non per tutti l'isolamento è sullo stesso piano».

E come si può intervenire in questi casi?

«Chi si rende conto di vivere questo momento in modo particolarmente ansioso e depressivo dovrebbe chiedere aiuto. Anche in questo momento ci si può rivolgere a psicologi o a psichiatri, qualora servissero dei farmaci per persone particolarmente esposte».

«Per la maggior parte delle persone, quelle che non vivono una angoscia tale da sviluppare una patologia, il mio consiglio è quello di non rimanere chiusi in casa e di avere uno stile di vita che sia il più vicino possibile — per quanto sia possibile — alla vita che facevano prima. E a volte anche i rapporti digitali possono essere rapporti da non sottovalutare. Si dice spesso che il digitale è virtuale e non è reale, però in questo caso riscoprire il piacere di un incontro digitale può essere meglio che passare la giornata o i tempi morti a fare divano-letto o poco altro».

«È una questione che però non è risolvibile per chi vive da solo perché rimane comunque la difficoltà di non poter avere rapporti diretti. I rapporti diretti, infatti sono fondamentali per le persone. Un mese senza rapporti diretti non è per niente una cosa da sottovalutare».

Costruirsi una routine quotidiana può aiutare?

«Onestamente non lo so. A livello psicologico da l'idea di vivere una giornata "normale", più simile a quello che è la quotidianità. Però poi potrebbe anche suggerire una maggiore sensazione di essere recluso, di essere imprigionato. Sicuramente bisogna evitare di lasciarsi andare, di diventare schiavi delle proprie pulsioni perché è quello che riguarda gli hikikomori. Sono schiavi dei loro bisogni: dormono quando hanno sonno, mangiano quando hanno fame. E questo li porta a perdere anche la concezione del tempo che scorre. Questa cosa andrebbe evitata assolutamente. Un minimo di routine è fondamentale».

«Però anche forzare certi comportamenti che non si farebbero e si fanno solo per provare a mantenere una parvenza di normalità non so quanto possano essere protettivi».

Cosa consiglia alle coppie che vivono da sole in due case diverse?

«Questo è un argomento davvero difficile. Una soluzione potrebbe essere provare momentaneamente una convivenza, se questa cosa è possibile, oppure l'unica soluzione è mantenere il più possibile i contatti digitali».

«Gli impatti psicologici di questa quarantena non sono per niente scontati e non la banalizzerei. Non la butterei assolutamente in caciara. La socialità è una componente psicologica fondamentale per gli esseri umani e se viene a mancare, per alcuni, potrebbe risultare un trauma non indifferente».

Qualche giorno fa ha scritto sul suo blog che alcune firme del giornalismo stanno prendendo in giro gli hikikomori dicendo tanto loro non si ammaleranno mai perché non hanno contatti sociali. Percepiscono di essere in pericolo?

«Il problema della stampa è questo: l'hikikomori non c'entra niente con chi si isola per il coronavirus. Si sta dicendo che chi si isola per evitare il contagio è un hikikomori. No. Un hikikomori è una condizione di sofferenza sociale molto forte che impedisce di uscire perché si ha paura del giudizio altrui e si ha paura di relazionarsi con le persone, oltre ad avere una visione molto negativa della società. Quindi chi sta in casa per il coronavirus non è un hikikomori. Sottolineo che le due condizioni non vanno confuse perché sono completamente diverse».

«L'altra questione è come dice lei, gli hikikomori vivono questa condizione in modo molto diverso e vario. Ci sono persone che paradossalmente la vivono meglio e "traggono giovamento" da questa situazione perché l'idea che anche gli altri siano in isolamento li fa sentire meno in colpa, li fa sentire meno falliti, li fa sentire come persone meno strane. Questo perché tutti sono a casa e anche loro per una volta si sentono "normali". Sull'altro versante ci sono persone che non riescono a uscire di casa e il solo pensiero di andare all'ospedale in un reparto affollato li terrorizza. Per altri, infine, è una questione di indifferenza: stavano isolati già da prima e adesso continuano a essere isolati. Vedono questo clima di ansia rispetto all'isolamento come una cosa un po' offensiva nei loro confronti perché loro sono persone che ci vivono quotidianamente. Magari sono anni che vivono in questo isolamento e sentire persone che non riescono a rinunciare a due-tre giorni di vita sociale li fa sentire un po' offesi perché loro conoscono l'esperienza della solitudine in modo molto profondo».

«Vorrei che la stampa evitasse di confondere le due questioni. Le parole vanno pesate, nei titoli. E soprattutto all'interno di certi articoli».

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