Milano, esposto contro due Rsa: pazienti sani e operatori convivevano con i positivi al covid

I sindacati: c’è da “fare la conta” dei morti e dei malati di covid 19, tra degenti e operatori

Repertorio

Non solo Pio Albergo Trivulzio: c’è da “fare la conta” dei morti e dei malati di covid 19, tra degenti e operatori sociosanitari, anche altrove, a Milano e provincia: “Per far luce su quanto è accaduto e perchè sia potuto accadere in particolare in due strutture, abbiamo presentato due distinti esposti in Tribunale a Pavia e a Milano”, ha detto Marco Caldiroli, presidente nazionale di Medicina Democratica, che ha firmato gli esposti insieme alla Unione Sindacale di Base (Usb) Pubblico Impiego.

Con le testimonianze drammatiche dei familiari delle vittime e degli stessi operatori sanitari, colpiti dal coronavirus - ha proseguito - è stato possibile ricostruire gli eventi caotici, che si sono susseguiti dai primi segnali della pandemia a febbraio, al successivo aggravarsi della situazione con il diffondersi incontrollato della infezione da coronavirus, fra i degenti e i lavoratori”.

Testimonianze che è stato possibile raccogliere grazie alla trasmissione radiofonica 37e2 su Radio Popolare condotta da Vittorio Agnoletto, medico del lavoro e professore a contratto di “Globalizzazione e politiche sanitarie” presso l’Università degli Studi di Milano, che ininterrottamente negli ultimi mesi, ha dato voce a cittadini, lavoratori e lavoratrici, travolti dall’emergenza sanitaria.

L'anziana sana che condivideva il bagno con i positivi covid

Particolarmente dolorosa e importante, ai fini dell’esposto, la testimonianza dei familiari di una anziana, deceduta durante la diffusione del contagio presso un'importante Rsa del territorio milanese, in cui era degente da anni: risulterebbero discutibili le misure di sicurezza adottate dalla direzione sanitaria, nonostante fin dai primissimi di marzo i familiari denunciassero la pericolosità della situazione, con malati e decessi per covid 19 nella stanza accanto, con il bagno in comune e con gli stessi operatori sanitari che gestivano le diverse patologie, senza neanche le mascherine e con i visitatori esterni che, secondo quanto dichiarato dalle persone direttamente coinvolte, avrebbero continuato a circolare liberamente in tutti gli ambienti fino al 4 marzo.

L'operatrice contagiata nella Rsa, senza Dpi

Altrettanto drammatica la testimonianza di una operatrice sanitaria di un’altra importante Rsa nel Milanese, che si è ammalata di covid 19, sempre per la grave carenza di dispositivi sanitari, della strumentazione diagnostica, della promiscuità delle situazioni, sistematicamente denunciate alla direzione sanitaria e ai responsabili della sicurezza e della salute dei lavoratori. Una storia “esemplare” nella sua assurda normalità: la lavoratrice ha dovuto continuare a lavorare, nonostante già manifestasse i sintomi del contagio, e quando finalmente l’hanno mandata a casa, ha dovuto aspettare oltre un mese prima che le venisse praticato un tampone, risultato positivo. Una brutta storia di malattia che le ha devastato il corpo e lo spirito.

I casi delle due strutture, pur diversi fra di loro, sono accomunati da un’impressionante sequenza di richieste e denunce, documentate e allegate agli esposti, inviate per e mail alle rispettive direzioni sanitarie, al Comune di Milano, fin dai primi segnali di gravi carenze nei materiali di protezione e diagnosi e di insufficienze organizzative. Come pure sarebbe stato simile l’atteggiamento delle rispettive direzioni sanitarie: mancanza di risposte alle richieste, o, in qualche raro caso, risposte “rassicuranti” o evasive.

Pazienti arrivati dagli ospedali senza l'adeguato isolamento

Ciò che sconcerta - ha aggiunto Marco Caldiroli - è che in tutti e due i casi le strutture avrebbero messo a disposizione i propri reparti per pazienti provenienti dagli ospedali, senza prima sottoporli a tampone e senza assicurare adeguate condizioni di isolamento, nonché strumentazione, sia per la diagnostica e sia per la protezione dei degenti presenti e degli stessi operatori socio sanitari. Mancanza di mascherine, tute, guanti, mancanza di tamponi per la diagnosi covid 19, stanze di pazienti “normali” che sarebbero state contigue a quelle di pazienti sintomatici, con i bagni in comune, con gli stessi operatori sanitari che avrebbero seguito gli uni e gli altri: così il coronavirus si è potuto diffondere in maniera incontrollata”.

“È evidente - ha dichiarato Pietro Cusimano, della Usb - che ciò è potuto accadere per le gravi inefficienze del sistema socio-assistenziale lombardo, oggetto ormai da anni di una massiccia opera di privatizzazione, sulla quale le Istituzioni hanno mostrato, una volta di più, di aver perso ogni potere di indirizzo e controllo”.

Così si è arrivati al 9 aprile, quando, a oltre un mese dalla emergenza, la Rsu interna a una delle Rsa trattate negli esposti inviava segnalazione alla direzione circa la carenza di dpi, scadenti e privi di efficacia protettiva e con una prima quantificazione dei contagi accertati, pari a 60 tra i degenti e 90 tra il personale medico-infermieristico e assistenziale. Ma i numeri definitivi dei contagi e dei morti, forse non si riuscirà mai più a quantificarli.

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Con i due esposti, Medicina Democratica e Sindacato Usb assistiti dagli avvocati Francesca R. Garisto e Fabio Savoldelli dello Studio Legale Lexa e dall’avvocata Laura Mara, chiedono che l’Autorità giudiziaria accerti se siano ravvisabili profili di responsabilità penale a carico dei soggetti, pubblici e privati, deputati alla gestione delle strutture durante la crisi sanitaria.

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