Coronavirus, occhi puntati sulle carceri. L'urlo di detenuti e agenti a San Vittore: futuri focolai

MilanoToday ha letto l'esposto di alcuni detenuti di San Vittore per denunciare la situazione e sentito i rappresentati sindacali della polizia penitenziaria. Anche il garante dei detenuti e la Commissione Regionale carceri lanciano l'allarme su un contesto al limite e da monitorare

Repertorio

Il coronavirus è un nemico invisibile, subdolo e l'unico modo concreto per evitare il contagio è il distanziamento sociale. Il concetto è stato ormai accettato universalmente da chiunque, dopo settimane e settimane di 'quarantena'. Il paradosso è che questa misura è quasi impossibile da mettere in pratica proprio per quelle persone che, per definizione, vivono già continuamente isolate dal resto della società: i detenuti e le detenute. Donne e uomini la cui libertà è limitata dalle mura che definiscono il perimetro degli istituti penitenziari dove sono reclusi. Peggio ancora, limitata ai pochi metri quadri delle loro celle. 

Isolati come loro, in qualche maniera, lo sono anche gli agenti della polizia penitenziaria e gli operatori che ogni giorno visitano le carceri. Tuttavia c'è una grande e pericolosa differenza: poliziotti, avvocati, assistenti sociali, educatori, sacerdoti e psicologi entrano ed escono dalle prigioni. E questo vuol dire che hanno la concreta possibilità di portare dentro il Covid-19. Lo sanno i provveditori, lo sanno i direttori, lo sanno i comandanti, lo sanno al ministero, e lo sanno anche i garanti ma le soluzioni sembrano faticare ad arrivare.

Coronavirus nelle carceri, la prevenzione difficile da attuare

Benché all'inizio dell'emergenza Covid, secondo le direttive emanate dal ministero di Giustizia guidato da Alfonso Bonafede, si fossero prese tutte le precauzioni del caso. In primo luogo con la stretta sui controlli per i colloqui e sul personale che gravita attorno alle prigioni. Successivamente con la sospensione totale delle visite. Fatto questo che, moltiplicato all'incertezza e la paura per la situazione, aveva provocato vere e proprie rivolte nelle carceri italiane. In alcune anche con un bilancio pesante in termine di vite. Proteste mosse pure nella casa circondariale milanese di San Vittore, con incendi e cori sul tetto da parte di alcuni dei detenuti.

Purtroppo, però, nonostante sia passato oltre un mese e mezzo dall'inizio dell'emergenza, tutte le misure e i provvedimenti faticano a diventare pienamente realtà. Lo denunciano avvocati, polizia penitenziaria, detenuti e perfino onorevoli in Parlamento. A materializzare la problematica a Montecitorio, con il folclore che lo contraddistingue, è stato l'onorevole Vittorio Sgarbi. 

"Il dilemma di questi giorni - ha detto durante il question time con il ministro Bonafede - è tra due concetti fondamentali che riguardano la vita dei cittadini: la libertà e la salute. Abbiamo accettato di comprimere la prima. E, ammesso che sia giusto, è dovere di tutti i cittadini compresi i carcerati vedere tutelato il proprio diritto alla salute. Come si può garantire la distanza di sicurezza in carceri sovraffollate? Mi chiedo come possa vivere serenamente in questi giorni il ministro Bonafede che è in piena flagranza di reato. Come può garantire la distanza di sicurezza di un metro in carceri dove sono in tre, in quattro, in cinque insieme. Lei, dunque, per la sua responsabilità giuridica e morale, è indagato. Un giudice che abbia correttezza dovrebbe indagarla perché lei è un untore".

L'esposto dei detenuti di San Vittore: "Impossibile stare distanti"

Un discorso provocatorio che però rivela una verità innegabile di fondo. Tanto che alcuni detenuti di San Vittore lo hanno citato in un loro esposto presentato al presidente del Tribunale dei Sorveglianza di Milano, alla pubblica autorità competente e al direttore dell'istituto carcerario meneghino. Nel documento, visionato da MilanoToday, i detenuti del raggio 5 della casa circondariale chiedono all'autorità giudiziaria competente di valutare se esistono i presupposti per l'azione penale contro i responsabili della loro condizione. "Per - scrivono nell'esposto - violazione del decreto legge numero 18 del 17 marzo, e seguenti, in materia di salvaguardia e contenimento del Covid-19. Per violazione delle norme costituzionali in materia di tutela e salvaguardia della salute del cittadino. Per la violazione dell'articolo 27 della Costituzione. Per la violazione delle convenzioni per la salvaguardia dei diritti dell'uomo (articoli 1, 3, 14 e 17)". 

I detenuti: "Siamo in balia dei burocrati"

I detenuti chiedono di valutare se tale ipotetiche violazioni possano essere contestate ai responsabili dell'Amministrazione penitenziaria a livello regionale e nazionale e agli Uffici dei giudici per le indagini preliminari firmatari delle ordinanze di custodia cautelare: "A distanza di circa due mesi dalla diffusione dell'allarme Covid-19 e dopo 3 mesi dalla dichiarata emergenza sanitaria dello Stato italiano ci vediamo in balia della burocrazia e di pochi burocrati che a nostro vedere male amministrano il sistema giustizia, facendo ricadere in maniera prepotente le conseguenze, prima sul detenuto e successivamente su tutte le figure gravitanti nel pianeta carcere". 

"Vale la pena ricordare - proseguono nella loro richiesta di attenzione - come il carcere è un potenziale focolaio dove, se come stiamo percependo nelle ultime ore, si è addentrato il virus. Ci troveremmo tra breve tempo di fronte ad una strage di detenuti immunodepressi, malati, tossicodipendenti e quanti portatori di malattie varie, senza contare i detenuti cosiddetti sani che, si vedrebbero contagiati con conseguenze che la scienza e la medicina non sa prevedere".

protesta

Un grido per chiedere aiuto che arriva da San Vittore, dove ci sono già 18 agenti delle polizia penitenziaria e 11 detenuti contagiati, uno dei quali in ospedale, e decine e decine di isolati, tra carcerati e poliziotti. Questo - ripetiamo - nonostante le precauzioni prese all'inizio dell'emergenza. Molte delle quali sono rimaste, però, solo sulla carta. Anche perché i numeri sono quelli che sono e, come praticamente in ogni ramo della società, anche dietro le sbarre sono arrivati con estrema difficoltà i dispositivi di protezione individuale per agenti e detenuti. Così come i tamponi per i sintomatici. Non è bastato, ad esempio, il triage da campo allestito all'esterno dall'istituto di piazza Gaetano Filangieri, dove ogni nuovo arrivato veniva - e viene - sottoposto ad un controllo medico prima di accedere in carcere.

Tra gli agenti contagiati, rivela il documento dei detenuti, c'è un appuntato Capoposto del 5° reparto. "Ebbene - denunciano - anche se a conoscenza di questo caso non si è provveduto come da indicazioni dell'Oms e dell'Iss a individuare e mettere in quarantena le persone che nel tempo sono state a contato con lo stesso. Anzi gli agenti di polizia penitenziaria che erano parte dello stesso gruppo di lavoro ad oggi sono ancora in servizio presso il reparto di appartenenza e, cosa che sembra ancor più grave, altri agenti di polizia venuti in contatto con lo stesso sono stati spostati in altri reparti del carcere. Con lo stesso agente di polizia sono venuti in contatto quasi tutti detenuti del reparto ma nessuna precauzione". Un fatto inammissibile anche al buon senso, insomma.

Lo stesso discorso, sottolineano, vale per le persone rinchiuse: "Ci sono detenuti contagiati che seppur separati, sono stati in contatto con altri detenuti. Vogliamo far presente – dicono - che solo a fine marzo siamo stati dotati di mascherina in cotone".

I detenuti e gli agenti di penitenziaria morti

Detenuti e agenti soli, isolati e uniti, ironicamente, dallo stesso destino denunciano la situazione e temono l'esplosione di un focolaio dietro le sbarre come sta succedendo nei penitenziari di Bologna, Verona, Pisa o Voghera. Sapendo di non voler arrivare a morire per coronavirus: come purtroppo è già toccato in Italia ad alcuni di loro. Ma anche a Milano: un detenuto del carcere di Voghera, Antonio Ribecco, è deceduto pochi giorni fa all'ospedale San Carlo. Stessa sorte toccata a fine marzo all'agente della penitenziaria in servizio nella casa di reclusione di Opera (Mi), Nazareno Giovanitto.

San Vittore in particolare, spiegano i detenuti nell'esposto, è un istituto dove anche, e soprattutto, a causa del sovraffollamento, vede "violare sistematicamente" tutti i loro diritti. "Rappresentiamo - proseguono - le nostre lamentele affinché l'autorità giudiziaria possa valutare l'esistenza dei presupposti per l'azione penale o in ogni caso per far cessare le violazioni laddove poste in essere. Le nostre lamentele giungono dopo avere preso coscienza dell'impossibilità da parte dell'amministrazione penitenziaria e degli organismi competenti di attuare le direttive emanate dal governo in materia di misure straordinarie ed urgenti per contrastare l'emergenza epidemiologica da Covid-19". 

Anche per l'Ordine degli avvocati va trovata una soluzione

Un punto sul quale concordano anche i legali impegnati nella difesa degli 'ospiti' delle carceri. L'Ordine degli avvocati di Milano e dalla Camera Penale ha definito la situazione milanese "insostenibile". Case circondariali dove "scarseggiano i presidi sanitari: mascherine, guanti e tamponi. Le strutture vetuste di parecchi istituti, che non prevedono certo celle singole o bagni ad uso individuale, renderebbero problematica la gestione anche a capienza regolamentare rispettata". Una situazione che rischia di aggravarsi dopo l'incendio che a marzo ha reso impraticabili proprio gli uffici - Gip e Sorveglianza - che si devono occupare delle istanze dei detenuti. Per gli avvocati, stando ovviamente nei margini consentiti dalle legge, diventa "improcrastinabile un intervento che preveda, in via quasi automatica e dunque senza il necessario intervento degli Uffici di Sorveglianza, l'immediata fuoriuscita dal carcere di un numero di detenuti idoneo a consentire la gestione dell'emergenza sanitaria negli istituti. Si tratta di intervento che davvero pare non poter più essere rinviato". 

I sindacati di polizia penitenziaria:  "Ci sentiamo tutelati a metà"

Nel calderone delle galere gli altri attori principali sono gli uomini e le donne in divisa. "La morte del secondo detenuto nelle carceri italiane aumenta ancora di più l'attenzione da parte nostra sulla situazione dei contagi da Covid-19 all'interno degli istituti". A lanciare questo grido d'allarme è Aldo Di Giacomo segretario generale del Sindacato del corpo di polizia penitenziaria: "Sono molti gli istituti in Italia che sono oramai in enorme difficoltà per il propagarsi del virus tra i detenuti e i poliziotti. Siamo molto preoccupati vista l'incapacità dell'Amministrazione penitenziaria e del ministero della Giustizia di gestire le criticità che ogni giorno si presentano". 

Di Giacomo denuncia inoltre un altro aspetto critico: "La mancanza di trasparenza sui dati forniti dall'Amministrazione". In Italia su circa 36mila unità, gli agenti positivi sono, stando all'ultimo dato ufficiale, 204 ma "400 colleghi sono a casa in isolamento o quarantena e ci sono difficoltà a fare i tamponi. I numeri sono irrealistici", rivela Di Giacomo.

carceri ansa-2-2

Nel Milanese qualcosa sembra muoversi, come ha rivelato a MilanoToday Alfonso Greco, segretario regionale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria. "A Milano la situazione negli ultimi giorni si sta sbloccando. Ovviamente ci vuole più tempo ma sembra che Ats e medici competenti si stiano attivando. Vivere in un ambiente chiuso, rispetto a carabinieri e polizia di Stato, può essere una fortuna ma paradossalmente in questo caso può non esserlo. Dopo la morte del collega Giovanitto, per esempio, ad Opera i tamponi non sono stati fatti a tutti nonostante il sindacato Sappe si stia battendo per fare che questo avvenga. Anzi, stiamo chiedendo anche lo screening seriologico" [dichiarazione rettificata il 21 aprile]. 

"Ci sentiamo tutelati a metà, o meglio a un terzo. Devono darsi da fare. Il tampone, per esempio, non basta farlo una volta ma va rifatto periodicamente. Se tu tieni sotto controllo quelli che entrano ed escono, come noi, eviti che il problema diventi più grande. Medici, infermieri, agenti della penitenziaria, avvocati, educatori. Gli untori potenziali siamo noi. Quello che gli amministratori devono capire è che tutelando noi, tutelano anche la popolazione carceraria".

Dal mondo politico: "Panorama dei contagi preoccupante"

Ora la politica ha capito e qualcuno come il presidente della Commissione Carceri del Consiglio Regionale della Lombardia, Gian Antonio Girelli, si muove rilanciando l'appello dei Garanti dei detenuti: dove si sottolinea in particolare quanto siano necessari interventi deflattivi della popolazione detenuta che consentano la domiciliazione dei condannati a fine pena e la prevenzione e l'assistenza necessaria a quanti debbano restare in carcere. "La situazione degli istituti penitenziari lombardi - spiega Girelli - diventa di giorno in giorno sempre più difficile. A mano a mano che si effettuano i tamponi, i numeri restituiscono un panorama dei contagi preoccupante sia tra il personale di polizia penitenziaria che fra i detenuti".

"Nelle carceri sovraffollate le necessarie restrizioni dettate dall'emergenza Covid-19 non sono applicabili. Occorre tutelare - il suggerimento in linea con le richieste di detenuti e agenti - con ogni mezzo la salute del personale che opera nelle carceri e delle persone in stato di restrizione della libertà, per impedire che crescano focolai che, con i problemi di sovraffollamento che conosciamo, diventerebbero rapidamente ingestibili".

Il Garante e l'idea di fare un centro per Covid-19 in carcere

E proprio il garante dei detenuti regionale, Carlo Lio, ha visitato il carcere milanese per un incontro con il direttore Giacinto Siciliano e la comandante della polizia penitenziaria. "Sono intervenuto su invito della Presidente del Tribunale di Sorveglianza, Giovanna Di Rosa - le sue parole - e in seguito ad alcune informazioni secondo le quali sarebbe prevista la creazione di un centro clinico per Covid-19 presso la casa circondariale. Abbiamo a questo proposito fatto presente le nostre perplessità, in quanto non riteniamo il carcere il luogo ideale per un insediamento del genere". 

"Certamente come ufficio del garante vigilerò - ha concluso Lio - affinché si proceda nel rispetto di tutte le necessarie precauzioni e con le opportune attenzioni". 

"Vogliamo pagare il giusto prezzo per la nostra colpa"

Le sorti di agenti e detenuti sono dunque legate allo stesso destino e in qualche modo parte lesa in questa vicenda che potrebbe diventare più complicata di quanto già non lo sia se non si inverte per tempo la rotta. I detenuti lo specificano chiaramente nel loro documento: "Nessuno può più negare l'evidenza dei fatti e nessun organo competente può sottrarsi a tali evidenti violazioni. Crediamo e chiediamo di denunciare in nome e per conto nostro tale situazione alle procure competenti". 

I detenuti, già per natura definiti 'soggetti deboli', chiedono che non gli venga negato quel diritto fondamentale che è la salute: "Vogliamo far giungere un grido di aiuto alle istituzioni. Le stesse istituzioni che prontamente hanno agito per punire le condotte di cui noi rei ci siamo macchiati. Intendiamo far giungere all'autorità competente alcune situazioni che a nostro parere sono contro legge. Ci viene detto che fuori è lo stesso, sì, è vero ma, in carcere ci ha voluto il legislatore con regole ben precise e se abbiamo sbagliato paghiamo con il carcere, vogliamo pagare il giusto prezzo non un prezzo che potrebbe risultare fatale per la nostra salute".

Protesta carcere San Vittore Milano-2

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