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Mercoledì, 29 Giugno 2022
Coronavirus

Coronavirus, primo indagato al Trivulzio: è il direttore generale Calicchio

Risponde di epidemia e omicidio colposi. Sarebbero più di 110 i morti "sospetti" al Trivulzio

E' indagato per epidemia colposa e omicidio colposo il direttore generale del Pio Albergo Trivulzio, Giuseppe Calicchio. Si tratta del primo nome iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Milano per l'inchiesta sulle morti e infezioni da Coronavirus tra gli anziani che si trovano ricoverati alla "Baggina". i deceduti sarebbero più di 110. Ed ora il Trivluzio è sotto gli occhi di una serie di indagini: oltre a quella della magistratura, se ne occupano gli ispettori del Ministero della Salute, l'ex magistrato Gherardo Colombo per il Comune di Milano e, ora, anche una commissione nominata dalla Regione, a cui tra l'altro spetta la nomina del direttore generale.

«Troppi morti nelle Rsa»

Il Trivulzio, da quanto si apprende, è una delle quindici strutture lombarde (su oltre settecento totali) che hanno accettato di accogliere malati Covid-19 "a bassa intensità" provenienti dagli ospedali. Un'operazione lanciata dalla Regione su base volontaria e a patto che la struttura presentasse determinate caratteristiche (ad esempio, reparti separati), a fronte della necessità di recuperare ogni giorno posti letto negli ospedali, da riservare ai casi più gravi.

Indagati anche i vertici del Palazzolo

Venti pazienti Covid al Trivulzio

Al Trivulzio sarebbero arrivati circa venti pazienti da Sesto San Giovanni. Non c'era, ovviamente, un reparto già completamente vuoto a cui destinarli, e così è stato "recuperato" spostando degenti e anche sanitari. Le varie indagini chiariranno se l'operazione è stata condotta con tutte le precauzioni. Il caso del Trivulzio era però scoppiato per un'altra ragione: alcuni parenti di persone degenti hanno riferito che, all'inizio del mese di marzo, si erano recati (armati di guanti e mascherine) a fare visita ai propri cari, e qualcuno avrebbe bruscamente detto loro di togliere i dispositivi di protezione "per non allarmare gli altri".

Una frase choc, visto che stiamo parlando dei giorni precedenti al lockdown (deciso per la Lombardia l'8 marzo), quando era già piuttosto alta (o avrebbe dovuto esserlo, perlomeno tra i sanitari) la consapevolezza che con il Coronavirus non si doveva né poteva scherzare. Ma una frase che, a quanto è emerso, sarebbe stata ripetuta, tale e quale, anche in diverse altre strutture, che poi hanno fatto inevitabili conti con impennate di contagi. E, purtroppo, di morti.

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