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Precari dello spettacolo, la manifestazione: «Senza redditi per il lockdown, molti esclusi dal "Cura Italia"»

I lavoratori dello spettacolo chiedono una data certa per la riapertura e gli ammortizzatori. Sale e teatri sono stati i primi a chiudere e saranno gli ultimi a riaprire

Rappresentano circa cinquecento lavoratori dello spettacolo: si sono dati appuntamento in piazza della Scala, venerdì mattina, e davanti al teatro hanno esposto due striscioni con la scritta "Diritti, dignità, reddito, cultura" e "Invisibili ma indispensabili". La sigla, "Lavoratrici e lavoratori dello Spettacolo Lombardia", è nata nelle prime settimane di lockdown.

Vi aderiscono soprattutto coloro che lavorano "dietro le quinte", ovvero tecnici, macchinisti, facchini, maschere, bigliettai. Figure indispensabili per mettere in scena uno spettacolo ma non considerati quando si pensa alla cultura, al teatro, ai concerti. La rete riunisce circa cinquecento persone, ma sono molte di più quelle che, a causa del lockdown, sono rimaste senza lavoro e senza compensi. Spesso si tratta di figure precarie.

Il mondo dello spettacolo è stato tra i primi a chiudere: già domenica 23 febbraio 2020 alcuni teatri hanno sospeso le rappresentazioni in attesa di decreti e ordinanze ufficiali, che sono arrivate per la giornata successiva. Da allora queste strutture non hanno più riaperto e, secondo l'opinione di molti, saranno le ultime ad aprire: si parla di autunno inoltrato.

200 mila precari, molti esclusi dal "Cura Italia"

Tra tecnici e artisti, sono più di 200 mila i professionisti precari che lavorano nel mondo dello spettacolo in Italia. La "rete" chiede garanzie sulla ripartenza delle attività dello spettacolo dal vivo e reddito adeguato per il sostentamento economico. Tra le proposte: un radicale cambiamento del sistema contributivo per i lavoratori intermittenti, come l'abbassamento delle giornate lavorative che servono per il raggiungimento dell'anno lavorativo ai fini pensionistici in modo tale da dare garanzie salariali anche nei momenti di inattività.

Molti di questi lavoratori sono esclusi dal decreto Cura Italia, e non hanno diritto agli ammortizzatori sociali. Tra le ultime promesse del Governo quella di un accesso generalizzato dei lavoratori dello spettacolo al bonus mensile di 600 euro, che il coordinamento giudica «non sufficiente per avere una vita dignitosa».

«Nella maggior parte dei casi - si legge nella nota diramata - coloro che lavorano in spettacoli teatrali, produzioni cinematografiche, trasmissione televisive, fiere, eventi, sfilate di moda, concerti live e mostre d'arte, sono precari e invisibili. Dietro ad ogni prodotto culturale ci sono centinaia di maestranze. In Italia si aspettano ancora risposte certe sull’erogazione della cassa integrazione in deroga, tra decreti e circolari, in un rimpallo di responsabilità tra Inps e Regioni. Dalla politica non arrivano risposte soddisfacenti e rassicuranti».

No al "Netflix della cultura"

Critiche alla proposta, del ministro della Cultura Dario Franceschini, di un “Netflix della cultura”: «Non considera che un certo tipo di spettacolo dal vivo, tolta la potenza della compresenza, non può competere con l’intrattenimento televisivo e non considera che questo implicherebbe comunque un fermo lavorativo per migliaia di maestranze».

Dubbi anche sulla redistribuzione del Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus): «Non è stato ancora chiarito se e come sarà redistribuito, se qualcosa di questi finanziamenti pubblici potrà arrivare ai lavoratori delle compagnie che erano programmate in questi mesi, se i teatri potranno vedere sospesi gli affitti dei locali di proprietà dei comuni, se e quando concerti ed eventi potranno ricominciare e in che modo verranno gestiti gli ingressi nei musei».

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