"Essere soccorritore col Coronavirus, tra il maledetto e l'inferno": la lettera del volontario

Il racconto di un volontario che da 30 anni presta servizio sulle ambulanze a Milano

La vita personale che si intreccia a quella da volontario. Quell'hobby "strano", diverso, che adesso fa i conti con il "maledetto". Quei sorrisi che non ci sono più e che hanno lasciato spazio alle paure, all'ansia. Quella convinzione di essere il "primo contatto con il maledetto". E quell'altra convinzione, un po' più dolce, che "ne usciremo". 

C'è tutto nella lettera a cuore aperto che un soccorritore volontario ha scritto a MilanoToday quasi per sfogarsi, quasi come per volersi togliere di dosso le paure di un mese passato in prima linea a combattere contro il Coronavirus, un mostro, un "maledetto" che sembrava soltanto un incubo lontano. Parole che servono per raccontare a tutti il punto di vista di chi è dentro la "sua" ambulanza e parole che possono esorcizzare il terrore, aiutare a non pensare, almeno per un po'.

Eccola sua lettera integrale:

Volontario sulle ambulanze dal 1990, qualche ex moglie e qualche figlio, un lavoro da dipendente dorato lasciato per imprendere eppure, incredibilmente ancora volontario sulle ambulanze. La mia voglia di salire sull’ambulanza è immutata da 30 anni, eppure adesso non mi diverto più.

Per molti sembrerà strano ma nell’essere volontari di ambulanze c’è un mix di solidarietà, follia e di una grande passione, insomma una specie di droga. Tante volte mi sono chiesto perché tra tanti hobby - perché per molti di noi non è un lavoro ma uno spazio nel proprio tempo libero - proprio questo dovevo scegliere?

Eppure nel tempo nel salire su quel mezzo con sirena e lampeggianti blu, provavo un senso di piacere e di divertimento. Si perché fino a un mese fa salire su quel mezzo voleva dire condividere con il proprio equipaggio esperienze anche divertenti. Come quella volta, per esempio, che per convincere un paziente psichiatrico a salire in ambulanza abbiamo dovuto assistere ad un suo concerto con il violino e la mia collega si è prestata a fare da leggio per lo spartito e persino i poliziotti sono diventati pubblico.

Ovviamente non sempre salire su quel mezzo vuol dire divertirsi, anzi, a volte, molte volte vuol dire anche avere a che fare con la morte, che non si presenta con il suo biglietto da visita con la scure come logo, ma si nasconde dietro un codice verde, giallo o rosso che partendo per quella missione sappiamo bene essere solo un’indicazione di massima. A volte è capitato di arrivare sul posto e trovare tutt’altro scenario rispetto a quello descritto - sia in meglio che in peggio - e tante volte veniamo usati più come taxi che come ambulanza e più come assistenti sociali che come soccorritori.
Eppure adesso, lo ammeto, non mi diverto più.

Ogni volta che saliamo su quel mezzo e che partiamo per qualche destinazione, sappiamo di essere vulnerabili e a tratti anche più esposti, perché siamo noi il primo contatto con il maledetto e se non siamo ben coperti e protetti, siamo noi che per primi rischiamo il contagio.

Tanti turni passati anche ad aspettare servizi che magari non arrivavano e che ci davano spazio per socializzare con i nostri colleghi soccorritori, con il nostro equipaggio, persone con le quali si passano 8, 10 fino a 12 ore insieme e con i quali si condividono oggi timori e paure.

È difficile sorridere quando vedi persone strappate alle loro famiglie per andare in un ospedale non avendo la certezza di poter tornare a casa, persone a cui leggi in faccia che non ce la faranno e di cui solo a volte ti arriva conferma di essere positive, sopravvissute o in molti casi decedute. E poi tanti servizi a convincere le persone che non è il caso di portare il proprio papà, la propria mamma o i propri nonni in ospedale in questo momento, perché è proprio li l’inferno e che tutto sommato vale la pena tante volte - e questo resti come insegnamento per tutti - di restare a curarsi a casa anche se non c’è il maledetto che ci minaccia.

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Ecco ora non mi diverto più, ma so che succederà di nuovo e mi auguro che sia il più presto possibile, anche se il dazio che è stato pagato sinora è veramente molto, troppo pesante e non credo che l’hashtag giusto sia #andràtuttobene ma penso che sia #neusciremo. Malconci ma #neusciremo.
 

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