"Milano non si ferma" è un video orrendo. E non dobbiamo nascondere di avere paura

Editoriale - Gli inviti patinati a far finta di nulla cozzano con un'emergenza sanitaria reale: Milano rischia di pagare un conto salatissimo. E se è dannoso l'allarmismo isterico, non è da meno un'epidemia ingestibile

Sono concorde con diversi commentatori sulla bruttezza del video "Milano non si ferma", ricondiviso anche dal sindaco Sala: un compendio di luoghi comuni, parole da yuppismo di ritorno, immagini vuote e vanesie. La città futurista che non si ferma mai, non ha debolezze, macina business. Una dimostrazione muscolare quasi trumpiana del tutto fuori luogo in un momento come questo. Lo stesso primo cittadino immortalato in t-shirt con l'immancabile hashtag mi ha lasciato la medesima sensazione da ottimismo in cartapesta. 

C'è un solo fatto innegabile e oggettivo: la crisi sanitaria legata al covid-19 coronavirus non ha precedenti recenti nella storia della città. Certo, si può rispolverare il Manzoni; ma dai racconti di lanzichenecchi, appestati e lazzaretti, di tempo ne è passato. E siamo completamente impreparati. Si può avere paura. È un sentimento lecito, sincero, che non va obnubilato. Paura perchè di questo contagio sappiamo poco e chi dovrebbe essere faro scientifico, spesso, cade in contraddizione; vedasi le interpretazioni sull'uso della mascherina, i tentennamenti dei tamponi a sintomatici e non, gli scontri mediatici, francamente stucchevoli, tra virologi. Eppure, la scienza può e deve essere l'arma più affilata che abbiamo contro un nemico invisibile quanto subdolo. E su una cosa i pareri sono concordi: il contagio va stroncato subito, adesso, il più possibile, evitando qualsiasi occasione di contatto sociale ravvicinato. 

Ci sarà un conto economico da pagare. Non si discute. Sarà salatissimo per tutti. Ma questo conto, già pesante, rischia di essere astronomico, specialmente in una città come Milano, qualora si insistesse nel voler mettere la polvere sotto al tappeto. L'epidemia va fermata o perlomeno rallentata il più possibile. Non è vero che è una semplice influenza; non è vero che rischiano solo gli anziani. I posti letto nella sanità lombarda non sono infiniti. Milano già è hub dell'emergenza e sta vedendo ora, con faticose e ammirevoli riorganizzazioni ospedaliere, l'arrivo di pazienti da altre città lombarde. Sulla sua schiena ha la riapertura dell'ospedale militare di Baggio. Tuttavia, chi soffre di patologie oncologiche, cardiovascolari o è vittima di incidenti non può sparire da un giorno all'altro. Ci sono migliaia di persone in carico alla sanità lombarda che hanno bisogno di cure esattamente come due settimane fa. Il coronavirus può svuotare i ps dai codici bianchi, ma in ogni altro ambito è un delicato cortocircuito da gestire. 

Siamo coinvolti tutti. E se noi giornalisti abbiamo un enorme fardello di colpe sull'allarmismo bufalaro dei primi giorni che ha alimentato l'isteria generale, ben fomentati da politici disorientati e spaesati, i cittadini possono aiutare medici e infermieri, veri eroi in trincea in queste giornate buie, in un modo molto semplice: uscire il meno possibile. Milano si rialzerà come ha sempre fatto. Ma non lo farà con slogan ridicoli e patetici. Ogni over 65 che perde la vita con tampone positivo, anche se in presenza di altre malattie, non è un numeretto nel bollettino della Protezione civile, ma un padre, una madre, un nonno, un amico che non c'è più. In ogni famiglia ci sono persone debilitate, immunodepresse, da proteggere. 

I decaloghi baldanzosi che girano sui social, dove si invita a uscire, spendere e spandere nei locali della movida meneghina, hanno ben poco senso se in ballo c'è la salute dell'intera regione. Non possiamo ammalarci tutti contemporaneamente. Ma possiamo fermarci per 15 giorni. Pensiamoci.  

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