La Regione manda i pazienti Covid nelle case di riposo per liberare gli ospedali: strage annunciata?

L'8 marzo la delibera: pazienti Coronavirus "a bassa intensità" nelle Rsa per liberare posti. Uneba: "Come mettere un cerino in un pagliaio"

Davanti alla Rsa di Mediglia (Foto Ansa/Andrea Canali)

Pazienti Covid-19 "a bassa intensità" nelle Rsa lombarde per liberare posti letto negli ospedali: una decisione della giunta regionale lombarda, datata 8 marzo, che potrebbe essersi rivelata un vero e proprio boomerang sanitario. Potrebbe avere infatti provocato l'esplosione di contagi in alcune Rsa, tutt'altro che preparate ad accogliere pazienti contagiati dal Coronavirus e luoghi in cui sono già presenti persone in gran parte con altre patologie, soggetti fragili che bisognerebbe proteggere in ogni modo. 

Tutto è partito con la delibera della giunta regionale (su proposta dell'assessore al welfare Giulio Gallera) n. xi/2906 dell'8 marzo, che conteneva (tra le altre) questa prescrizione, «a fronte della necessità di liberare rapidamente posti letto di terapia intensiva e sub intensiva e in regime di ricovero ordinario degli ospedali per acuti». Il provvedimento prevedeva, in particolare, la ricognizione di posti liberi nelle Rsa e il blocco dell'ingresso di altri pazienti, in modo da "tenere liberi" i letti.

Pazienti Covid positivi da destinare alle Rsa

E, per le Ats, il compito di «individuare, per il territorio di riferimento, strutture sanitarie e sociosanitarie autonome dal punto di vista strutturale (padiglione separato dagli altri o struttura fisicamente indipendente) e organizzativo, sia di strutture non inserite nella rete dell’emergenza urgenza e Pot, sia di strutture della rete sociosanitaria (ad esempio Rsa) da dedicare all’assistenza a bassa intensità dei pazienti Covid positivi».

Il problema è che le Rsa non erano pronte ad accogliere malati Covid-19. Anzi, l'Uneba Lombardia (una associazione di categoria, che riunisce qualcosa come 400 Rsa lombarde), attraverso il suo presidente Luca Degani (avvocato e docente universitario, una vita spesa nel Terzo Settore), aveva precedentemente lanciato l'allarme opposto, circa pazienti Covid-19 già ospiti di Rsa, chiedendo che venissero portati negli ospedali. La Regione, da quanto si evince, avrebbe dunque fatto il contrario: avrebbe portato il Covid-19 in strutture impreparate a gestirlo.

La richiesta di spiegazioni

Il 16 marzo, le associazioni Agespi, Anaste, Arlea, Anffas, Aci Welfare, e Uneba hanno scritto una lettera a Gallera (e al direttore generale dell'assessorato al welfare Luigi Cajazzo) per dogliarsi di due aspetti: la carenza cronica di dispositivi protettivi (soprattutto mascherine) nelle Rsa e, appunto, l'inserimento di pazienti Covid-19 nelle Rsa, definendola «voler mettere un cerino in un pagliaio». Acceso, s'intende.

«Non crediamo - si legge nella lettera - che possa essere possibile la volontà del vostro assessorato di inserire pazienti Covid a bassa intensità assistenziale in nuclei di Rsa occupandone un posto letto in una situazione di potenziale contatto con gli anziani non autosufficienti ivi ospitati. Una scelta di questo genere sarebbe assolutamente contraria a qualsiasi forma di tutela sanitaria per una popolazione significativamente anziana (mediamente ultra ottantacinquenne) che, laddove si trovasse in una situazione di contagio, sarebbe esposta ad un rischio altissimo e ben più ampio di quello della media della popolazione italiana».

Il "cerino nel pagliaio"

Sembra che la maggior parte delle Rsa lombarde non abbia dato seguito alla richiesta della Regione, preferendo proteggere i propri assistiti da un virus estremamente pericoloso in soggetti anziani e pluripatologici. Tuttavia alcune hanno invece accettato di accogliere i pazienti Covid-19 a bassa intensità. Portando il virus in casa. L'8 marzo, quando la delibera della giunta regionale è stata varata, le strutture si stavano già "barricando": avevano ad esempio in gran parte già sospeso le visite dei parenti. Riaprire le porte direttamente al virus potrebbe avere causato vere e proprie stragi. E ora, da più parti si chiedono doverose e legittime spiegazioni.

La strage silenziosa degli anziani nelle case di riposo

Le cronache hanno portato alla luce situazioni davvero eclatanti di case di riposo "decimate" a causa del Coronavirus. Il caso forse più noto è quello di Mediglia, nella Città metropolitana di Milano, dove alla Rsa Borromea i morti sono ormai più di sessanta: quasi la metà degli ospiti. Fa impressione anche ciò che avviene in due Rsa del quartiere milanese del Corvetto, la Casa Ferrari e la Casa per Coniugi: settantanove morti, di cui dieci certamente attribuibili al Covid-19, nel mese di marzo, contro i diciassette di marzo 2019.

Suonano come un tragico campanello d'allarme, allora, le parole di Marco Petrillo, vice presidente di Uneba Lombardia, parlando della situazione generale delle Rsa lombarde nel giorno in cui erano morti due dipendenti in altrettante strutture, a Milano e Pavia: «Si sta azzerando un'intera fascia di età della popolazione e noi non possiamo accettarlo».

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