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I medici del San Luca e il murale

I medici del San Luca e il murale

Milano, ecco il maxi murale accanto all'ospedale per ringraziare i medici

Il murale è stato tracciato su una parete vicino all'ospedale Auxologico San Luca dal writer Lapo Fatai

Un murale gigantesco: grande come la parete di un palazzo. Il soggetto? Un medico, tra i professionisti che in questi due mesi hanno lottato in prima linea contro il coronavirus. È quanto è stato realizzato dal writer Lapo Fatai nell’area dell’ospedale Auxologico San Luca per ringraziare tutto il personale sanitario impegnato nell’emergenza Covid.

Il graffito, spiegano dalla struttura ospedaliera, è stato dipinto "su una parete adiacente all'ospedale da poco resasi disponibile a seguito di alcune demolizioni", un'area che si affaccia sulla circonvallazione della città.

L'epidemia al San Luca è arrivata prima con pochi casi, poi con la forza di uno tsunami: "È cominciata alla spicciolata — racconta Gianni Perego, responsabile della terapia intensiva coronarica —. Il Pronto Soccorso raccoglieva casi sporadici. Pazienti ancora in buone condizioni generali, ma comunque i primi pazienti Covid, in una Milano che, fortunatamente non veniva travolta dalla marea. Le notizie che venivano dalla Bergamasca e dal Lodigiano erano drammatiche. Erano necessari posti di terapia intensiva: cosa potevamo fare noi, un ospedale super specializzato comunque non dotato di terapia intensiva? E così abbiamo buttato il cuore oltre l'ostacolo. Tutto Covid: i reparti di cardiologia e neurologia sono stati trasformati  in reparti  dedicati alla cura dei nuovi malati. Un intero piano di degenza  si è trasformato in terapia subintensiva respiratoria: ogni letto dotato di presidi per la ventilazione non invasiva (per intenderci quella che non richiede l'intubazione del paziente)". 

"Ma il passo più grande — ha continuato Perego — è stato trasformare Unità Coronarica e Pronto Soccorso in un'unica terapia intensiva di 13 letti.  E l'ondata è arrivata. Tanti pazienti, spesso critici,  trattati dopo molti giorni di malattia, perché provenienti da zone dove l'esplosione dell'epidemia aveva improvvisamente saturato tutte le risorse sanitarie. Percepivamo il valore di quello che stavamo facendo. La necessità di un'impresa che ci portava lontano dal nostro lavoro 'consueto'".  
 

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