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Coronavirus, il medico in prima linea: "È la vita, non siamo eroi. Ora sono positivo, ma tornerò"

Le parole di Paolo, chirurgo al San Carlo e in prima linea nella guerra al Coronavirus

La consapevolezza, quasi la sicurezza, che "può succedere". L'ammissione che poi in fondo, nonostante tutto, "non interessa a nessuno diventare eroe" semplicemente perché è "la tua vita". E una promessa, che farà di tutto per mantenere: "Tornerò il prima possibile". 

È la guerra al Coronavirus vista attraverso gli occhi di un medico che da quasi un mese è in prima linea per lottare contro un nemico invisibile che nella sola Lombardia ha già fatto registrare più di 30mila contagi e oltre 4mila vittime. 

"Sai che può succedere"

A parlare è Paolo: milanese, 40 anni, papà di tre bimbi e medico al San Carlo. "Dopo più di tre settimane di lotta, mi fermo. Oltre alla tosse, ieri è comparsa qualche linea di febbre ed una strana stanchezza, non rispondono alla quantità di adrenalina che mi ha sempre consentito di lavorare in questi giorni. Non mi è difficile trarre le conclusioni, lo comunico ai colleghi e al primario e mi reco ad eseguire il tampone. Positivo per Sars-Cov-2", racconta.

"Chiunque entra in ospedale in queste settimane lavora nella consapevolezza che possa succedere. Fa parte delle regole non scritte, del consenso informato non firmato, non è un gioco ma la tua vita, quella dei tuoi pazienti, quella dei tuoi colleghi ed è impossibile sottrarsi a questa sfida. Non interessa a nessuno diventare eroe, è semplicemente la risposta ad una chiamata. Non c’è stato un singolo operatore socio sanitario, infermiere o medico che si sia tirato indietro, ognuno con le proprie paure, i propri limiti, la propria storia, il pensiero dei propri affetti a casa. Si sono fatte strada le competenze acquisite in anni di lavoro, è emerso un nuovo coraggio e una determinazione che solo persone mature possono sviluppare", spiega. 

"Devo abbandonare il campo di battaglia"

E il coraggio e la determinazione stanno permettendo agli angeli in corsia di fare miracoli. "Ho assistito con i miei occhi a dei salti mortali inimmaginabili da parte di tutti per riuscire a garantire a chiunque le migliori cure possibili. In pronto soccorso sono incominciati ad arrivare il vicino di casa, una maestra, il compagno di scuola, i genitori anziani ... o la squadra resta insieme e lotta per il Bene comune o siamo Noi a crollare insieme al nostro mondo", sottolinea Paolo.

"Fondamentali restano l’utilizzo dei mezzi di protezione individuali ed il meticoloso rispetto delle indicazioni sul corretto approccio al paziente infetto ma evidentemente non sono stati sufficienti. Non ho nessun rimprovero, il virus è tosto. L’amarezza più grande - dice - è quella di dover abbandonare temporaneamente il campo di battaglia. Mi spiace, so di dover essere sostituito ma non ci sono medici in panchina in questa partita, siamo ai tempi supplementari e ignoriamo quando l’arbitro fischierà la fine. L’unica certezza che possiedo e condivido con voi è che i miei compagni sono persone speciali, uomini e donne veramente in gamba, troveranno le forze e il cuore per correre il doppio. Forza ragazzi, avanti tutta, vinciamo noi".

"Tornerò in corsia"

E dalla panchina, Paolo, non vede l'ora di alzarsi. "In questo momento di immobilità forzata e silenzio ho tutto il tempo che voglio per leggere, riflettere e pregare. Quante cose incredibili emergono spontaneamente. La vita è un Dono meraviglioso e la sua condivisione una ricchezza incommensurabile", scrive. 

"Nel frattempo lascio che il mio corpo produca gli anticorpi che mi consentano - promette - di tornare in corsia il prima possibile più forte di prima. A presto". 

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